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03/01/2010 - 10:50

L’attacco fascista di Brunetta contro la Costituzione e il lavoro

Vedremo, dopo la giornata di ieri, se ci sarà qualcuno, tra le fila del Partito Democratico, che avrà ancora il coraggio di parlare di “dialogo” e dell’urgenza di fare le “riforme” condivise con la maggioranza. L’offensiva di Brunetta, che ritiene che “non abbia senso” dire che la “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, non è altro che l’ultimo tassello di un drammatico quadro che svela le criminali intenzioni di questo Governo.
Sarebbe sbagliato credere che questo non sia un “Governo del fare”; l’esecutivo di Berlusconi, in questi mesi, ha fatto molto per cercare di distruggere la classe sociale che ritiene nemica dei propri interessi: l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il primo provvedimento del primo Consiglio dei Ministri, tenutosi a Napoli nel 2008, approvò l’abrogazione delle norme, introdotte dal Governo Prodi e volute dalla sinistra, che perseguivano penalmente i datori di lavoro che non avessero garantito la sicurezza dei propri lavoratori dipendenti. Sono arrivate, poi, le norme razziste, volute dalla Lega, che hanno cercato, per mesi, di camuffare l’arrivo della crisi dietro lo spauracchio del clandestino che “ruba il lavoro e violenta le tue donne” (come si scriveva nei manifesti fascisti che promuovevano le guerre coloniali).
Nel frattempo, manovrata da Tremonti e Berlusconi, il ministro Gelmini approvava le sue drammatiche riforme della scuola pubblica, accompagnate dal famigerato disegno di legge Aprea che apre le porte alla privatizzazione degli istituti superiori e delle Università, palesando l’intenzione di (ri)trasformare la scuola pubblica in uno strumento di selezione di classe, anziché di selezione di merito e di uguaglianza.

E’ stata poi la volta, in questo 2009 appena concluso, dell’accordo separato sul modello contrattuale che ha concluso l’opera, avviata ad inizio degli anni ’90 con la complicità di tutto il centrosinistra riformista, di destrutturazione delle conquiste operaie degli anni ’60 e ’70. Per non parlare dei manganelli usati come unica risposta nei confronti delle decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici che chiedevano risposte concrete contro la crisi, contro i padroni e contro le banche che ancora una volta hanno ricevuto fondi pubblici senza offrire nessuna garanzia.

Quelle parole, “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“, hanno un profondo significato, che Brunetta conosce benissimo e che proprio per questo motivo cerca di distruggere, e che furono inserite nella Carta proprio per dare all’Italia una base solida. Una base che non fosse composta, come già era negli anni precedenti del fascismo, dalle oligarchie e dagli interessi di pochi gruppi di potere politico e economico, bensì dalle grandi masse dei lavoratori e delle lavoratrici, vera forza della nazione.

“Poi ebbi una visione, come l’esplosione di un altissimo fungo atomico di cretineria e le scorie ricadevano su ogni punto del nostro paese, affollate metropoli e sperdute lande, e l’effetto era un rincoglionimento totale, cosmico, indescrivibile. Nessuno aveva ancora capito che quell’elettrodomestico lì era il balcone dei beniti futuri. [...] – Sì, per un pò lo ricorderemo ma non so per quanto – mi disse Baruch – La memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina. 
Torneranno tra vent’anni o trenta ma torneranno. Non vedremo i cingolati entrare in paese, non parleranno in tedesco. Sorrideranno e avranno delle belle auto ammirate da tutti. Vestiranno giacche di sartoria invece della divisa di ordinanza. Non girerano le squadracce, ma si sparirà in silenzio, cancellati in qualche modo elegante. Così sarà”. [Stefano Benni - Saltatempo]

Mattia Nesti

2 Commenti per “L’attacco fascista di Brunetta contro la Costituzione e il lavoro”

  1. [...] approfondire consulta la fonte:  L'attacco fascista di Brunetta contro il Lavoro Articoli correlati: Proposta di legge Aprea. Ne hanno parlato in un incontro la FLC [...]

  2. ALFERAZZI GIAMBATTISTA scrive:

    “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. …”
    L’incipit del nostro testo costituzionale sottolinea subito e chiaramente come, oltre l’identità repubblicana dello Stato ed il suo carattere democratico, la Nazione sia “fondata sul lavoro”. Un’espressione, quest’ultima che, alludendo – ovviamente – al lavoro in tutte le sue forme, afferma un principio di ordine etico-sociale secondo cui la società italiana vuole essere una società avanzata che esclude ogni forma di privilegio (economico, sociale etc.). Si tratta di un’affermazione di carattere generale come quelle contenute negli altri 11 articoli dei Principi fondamentali che non per questo costituiscono un preambolo di scarsa importanza ma, al contrario, delineano le caratteristiche programmatiche fondamentali della Repubblica, affermando solennemente e ribadendo i valori civili e morali sui quali si deve fondare la vita della società italiana.
    Anche al lettore non necessariamente competente non sfugge che la nostra Costituzione, riconosciuta da insigni giuristi a livello nazionale ed internazionale una delle più avanzate del mondo, non è un arido documento notarile, ma un grande progetto ideale e civile in gran parte ancora da realizzare, frutto di un dibattito denso e approfondito nonchè di uno sforzo elaborativo dei costituenti che riuscirono a conciliare culture diverse quali quelle cattolica, socialista e liberale in un testo ricco di prospettive e di volontà innovatrice.
    Dunque il lavoro intrecciandosi con l’uguaglianza, la giustizia e la libertà, tutti valori fondanti della nostra Costituzione, assume una posizione di centralità nella comunità nazionale, nel senso che gli è riconosciuto il valore di massima espressione della personalità, della creatività, dell’ingegno umano, in definitiva della dignità della persona che attraverso il lavoro si afferma nella sua autonomia e nelle sue opportunità e diviene soggetto con cui confrontarsi perché portatore di interessi, di un proprio punto di vista e non semplicemente mero esecutore in un quadro dominato dalla logica dell’impresa e del profitto.
    Al significato del lavoro umano come sopra delineato ha contribuito, come già accennato, non soltanto il pensiero socialista e quello liberal-democratico ma anche, ed in modo importante, il pensiero cristiano e la dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Regola benedettina (attraverso il lavoro l’uomo rende più bello il creato, partecipando – così – all’arte ed alla saggezza divina) fino ad arrivare alla Rerum Novarum ed alle altre encicliche in cui il lavoro è fra i temi rilevanti. Tutte espressioni che pongono la persona al centro del mondo produttivo e che conferiscono al lavoro il suo giusto senso di dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna, come riproposto, in ultimo, da Papa Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” in cui pone l’accento su un “lavoro decente” con queste parole:
    “Serve garantire a tutti l’accesso al lavoro, e anzi, a un lavoro decente. Bisogna rafforzare e rilanciare il ruolo dei sindacati, combattere la precarizzazione e a meno che non comporti reali benefici per entrambi i Paesi coinvolti la delocalizzazione dei posti di lavoro”

    Mi sembra che vi siano argomenti sufficienti per ribadire con forza ed eventualmente con la risolutezza necessaria, che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
    Se ne faccia una ragione il sig. Brunetta secondo il quale ” …stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla…” perché “…la parte valoriale della Costituzione è figlia del clima del dopoguerra… e…ignora temi e concetti fondamentali come quelli del mercato, della concorrenza e del merito”. Espressioni queste che evocano nostalgicamente quel clima liberista che ha segnato il mutamento politico e sociale dagli anni Ottanta in poi e che oggi, ben collocandosi nello sciocchezzaio della fauna nazionale, farebbero semplicemente sorridere se non fossero state pronunciate da un ministro della Repubblica.
    Di fronte alle attuali difficoltà che vedono l’insieme del mondo del lavoro, dipendente ed autonomo, soffrire drammaticamente nei suoi diversi segmenti per la moltiplicazione di elementi di precarietà ed instabilità, trasformarsi in una specie di grande società del rischio, nonché assistere al forte affievolimento ed alla inefficacia della sua voce e della sua influenza nella società per la perdita del suo peso e del suo prestigio sociale oltre che per il quasi azzeramento del suo peso politico, l’improbabile ministro Burletta non si sente impegnato insieme alle forze sociali, alle categorie economiche ed alle istituzioni a resistere alla crisi, a ripararne i danni, a costruire prospettive di ripresa, sostenendo e tutelando la centralità del lavoro per difenderlo e valorizzarlo come diritto fondamentale della persona e della sua dignità e per garantirne la sicurezza e ricercare un minimo di condizioni di certezza.
    Al contrario il sacerdote del mercato, della concorrenza e del merito vorrebbe un radicale stravolgimento dei principi etico politici e sociali che hanno ispirato i nostri costituenti in nome di un libero mercato di cui, in una situazione quale quella italiana, è quanto meno azzardato parlare perché in realtà il mercato è controllato sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta dalle grandi concentrazioni economiche, dai loro manager, da chi attua giochi speculativi conoscendo in anticipo i dati economici ed investe su prodotti finanziari anziché nella produzione, contando di lucrare su variazioni di prezzo senza lavorare, dai grandi operatori economici che influendo sul mercato guadagnano a scapito dei piccoli e così proseguendo in un percorso speculativo che trasferito in ambito globale è quel vicolo cieco che ci ha portato alla crisi.
    L’ex venditore ambulante di gondolette di plastica, che oggi si spaccia per guru dell’economia, dal curriculum che non brilla per coerenza, invece di pretendere rigore e merito, naturalmente dagli altri, pensi piuttosto alla sua scarsa produttività e presenza da parlamentare europeo, alla sua carriera accademica non certo (come pretende) all’altezza di un Nobel, a svelarci il segreto della sua straordinaria capacità rispetto ai comuni mortali di ricercare ed acquisire immobili a basso costo e se non vorrà farlo che vada a quel paese… dove si predica bene e si razzola male!
    Alferazzi Giambattista

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