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24 January 2010A cura di:Giorgio Piccitto

Sclerosi multipla: la speranza viene da Ferrara?

zamboni 300x300 Sclerosi multipla: la speranza viene da Ferrara?Il punto interrogativo è d’obbligo perché quando si parla di novità in campo medico-scientifico è sempre buona norma essere prudenti per non creare illusioni , ma la scoperta del prof. Paolo Zamboni, ricercatore dell’Università di Ferrara, sembra destinata a far registrare un importante passo avanti nella lotta alla sclerosi multipla.

La nuova speranza per le persone affette dalla malattia arriva dall’Italia   e sta facendo il giro del mondo.

Zamboni, 53 anni, direttore del centro malattie vascolari dell’università di Ferrara ha scoperto la malattia vascolare  CCSVI, sigla inglese per Insufficienza venosa cronica cerebrospinale,  che risulta essere presente almeno nel 90 per cento delle persone affette da sclerosi multipla.

Lo studio ha affermato una possibile correlazione tra l’insufficienza cerebrospinale venosa cronica che colpisce le vene cerebrali, e la possibilità che chi ne soffre possa sviluppare la sclerosi multipla.
Il ricercatore spiega: «Questi malati hanno le vene cerebrali che non funzionano bene. La ragione è che si sono ristrette. Un fatto che probabilmente era sfuggito perché non si trovano all’interno del cranio, ma all’esterno, nel collo e nel torace, molto più vicine al cuore che non al cervello. Ebbene: abbiamo scoperto che questo problema è peculiare della sclerosi multipla».

L’ostruzione venosa impedisce al sangue di scorrere normalmente nel cervello, e questo, secondo il professore ferrarese provoca depositi di ferro, danneggiando il tessuto cerebrale ed i neuroni.

Facile da diagnosticare ( basta ricorrere ad un ecodoppler speciale), la CCSVI  si cura con un piccolo e semplice trattamento endovascolare , in regime di day hospital.

«Con una puntura endovenosa si fa navigare un catetere nelle vene del paziente. Quando le raggiunge gonfia un palloncino che permette di dilatarle. Questa terapia riduce le ricadute, il numero di lesioni cerebrali e spinali,  migliorando la qualità della vita».

Da anni l’equipe di Zamboni, in collaborazione con Fabrizio Salvi, neurologo dell’ospedale Bellaria di Bologna, porta avanti la ricerca che ha preso il via quando si è notato che la Ccsvi ricorreva in tutti i malati di sclerosi multipla e che il trattamento, battezzato come “Intervento di liberazione”  mostrava una riduzione del numero di ricadute di malattia, una netta riduzione del numero di lesioni attive cerebrali e spinali con un sensibile miglioramento complessivo della qualità della vita dei malati di sclerosi multipla.

 La notizia ha avuto fortissimo risalto in tutto il mondo, in particolare in  Canada dove, dopo  un’iniziale scetticismo, la  Multiple Sclerosis Society of Canada ha aperto le porte allo studio del professore  italiano e negli Stati Uniti, mentre in Italia sono ancora in pochi ad avere dato risalto alla scoperta.

 Francesca Ceci