Alex Schwazer sei uno scemo, un infame: gogna mediatica feroce e indegna
“Scemo” detto da colleghi con l’oro al petto come Molmenti, “Vergogna per l’Italia” fanno eco gli sportivi azzurri, “Infame” commenta la gente sul web, l’importante è non giustificare, tutti ad affannarsi per garantire ad Alex Schwazer onta e disprezzo. Tutto vero, vero che la droga fa male, vero che il doping è l’anatema della sportività, assolutamente lecito che venga presa una posizione rigorosa. Eppure, in questa gogna mediatica feroce, l’unico ad uscirne con un briciolo di dignità è proprio il grande imputato che chiede scusa senza accampare giustificazioni; che si fa carico, com’è giusto che sia, della propria azione scellerata e delle conseguenze distruttive che ne conseguiranno.
La carriera di molti sportivi è incredibilmente crudele: anni e anni di allenamenti massacranti per giocarsi tutto in un unico colpo, one shot e così sia. Olimpiadi, se sei un campione devi esserlo oggi. Così, per Alex Schwazer, è iniziata la discesa libera verso gli inferi mentre il suo stesso allenatore lo disconosce con parole taglienti: “Ho trascurato la famiglia per lui, lo seguivo in bici. È stato pure padrino al battesimo di mia figlia Micol. Non me lo perdono.”
Il mondo dello sport non si sta limitando a prendere le distanze da Schwazer, piuttosto vomita disprezzo sull’atleta ventottenne che ha ammesso ogni colpa e non cerca alcuna giustificazione, nelle sue parole, piuttosto, c’è la tensione distruttiva verso l’oblio: “Ho fatto tutto da solo e di testa mia dunque mi assumo tutte le responsabilità per quello che è successo. La mia vita nell’atletica è finita oggi.” E’ proprio vero che siamo un Paese dalla memoria a brevissimo termine, una nazione piena di eroi morti e morti viventi seppelliti dagli indici puntati; come in una tragedia ellenica soltanto una miserabile fine può purificare dall’onta trasformando un simbolo del male, una delusione ambulante, in compianto eroe.
Il pensiero corre, inevitabilmente, verso Marco Pantani oggi considerato un eroe fragile ed un campione a cui dedicare musei, eppure, sino a venti minuti prima della fine tristissima di una vita altrettanto difficile, Pantani era qualcuno dal quale prendere le distanze: un drogato, uno che non valeva mezza lira e, solo come una cane, per somma gioia dei suoi delatori si è consumato.
Pantani non era un martire, così come non lo è Schwazer, nessuna giustificazione ma neppure nessun accanimento; i colleghi tracotanti, i giornalisti puritani e i sedicenti compagni di viaggio non sono chiamati a giudicare. I giochi sono già fatti, per Alex è tutto finito, ha sbagliato e ora pagherà, chiunque si affanni a rincarare la dose allo scopo di difendere un presunto vilipendio alla bandiera osservi bene quest’Italia, chi l’ha davvero infamata, corrotta e insultata non si è mai battuto il petto come ha fatto un ragazzo di ventotto anni davanti al mondo. Riprendiamo le corrette proporzioni.
Valeria Panzeri
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