Chi ha paura delle Province?

Province

Sembrerebbe il titolo di un dramma teatrale, ed invece appartiene al filone della drammaturgia politica in salsa italiana. Date per moribonde già con il primo colpo inferto dal Governo (grazie alla “legge Del Rio”), ne doveva essere dichiarata la morte cerebrale con la sicura vittoria del “fronte del si” al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso.

Colpo di scena: le Province sono più vive che mai ! La schiacciante vittoria del “fronte del no” ha complicato il disegno del Governo: caduta la riforma costituzionale Boschi-Renzi, e caduto il Governo Renzi, le Province sono vive e vegete. Svuotate, però, di risorse finanziarie, di personale dipendente (è già in atto il processo di trasferimento del personale alle amministrazioni centrali), di personale politico, ma non prive di funzioni e competenze. Il tentativo maldestro di cancellarle dal testo della Costituzione è andato a vuoto: un distratto e frettoloso legislatore riformatore ha inopinatamente tentato di trasformare un ente amministrativo elettivo di primo livello in ente di secondo livello (della serie, come far allontanare ancora di più il corpo elettorale, cioè i cittadini, dalle competizioni elettorali).

Chi ha paura, allora, delle Province ? Nate prima dell’unità del Paese, di derivazione normativa sabauda, costituzionalizzate dall’ordinamento repubblicano come articolazione amministrativa intermedia tra regioni e comuni, le Province hanno assolto efficacemente, in tanti anni di onorata carriera, le proprie funzioni di ente di programmazione socio-economica di area vasta, nell’alveo del principio di sussidiarietà.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un dibattito politico-culturale, molto politico e poco culturale, avvilente il più delle volte, sul ruolo e la gestione dell’ente Provincia. Dibattito che ha partorito un topolino: in nome della razionalizzazione della spesa pubblica, e con la spada di Damocle delle pressioni comunitarie (come non ricordare la nota lettera del 2011 indirizzata dalla B.C.E. al Governo italiano, in cui si esprimeva l’esigenza di un forte impegno ad abolire alcuni strati amministrativi intermedi), i governanti italiani – al fine di ridurre i costi degli apparati istituzionali – hanno pensato bene di cancellare la storia ultracentenaria dell’illustre istituzione provinciale, disarticolando l’ordinamento delle autonomie locali, riallocando le funzioni delle Province alle regioni ed ai comuni (riallocazione non ancora intervenuta).

In Sicilia, poi, l’estro della classe politica regionale ha toccato l’apice: nel 2013, liquidate le autorità provinciali, è iniziata la nuova stagione “commissariale” (si badi bene, terminata solo nel 2016); sul versante legislativo, varie le iniziative di riforma delle province regionali siciliane, tutte impugnate dal Governo nazionale: l’A.R.S. (Assemblea Regionale Siciliana) non ha affatto brillato, ed è stata “rimandata” a settembre.

Ma allora, perché non abolire le regioni, e magari sposare quel progetto di riordino territoriale elaborato dalla Società Geografica Italiana, basato sull’eliminazione delle 20 Regioni italiane e delle 110 Province e sulla creazione di 36 macro-province (in realtà, la S.G.I. parla di Dipartimenti), riconoscendo ulteriori livelli di autonomia sia amministrativa che finanziaria o impositiva?

AML

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