La crisi (non) è finita.

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:24

La crisi è finita. Ormai è questa la parola d’ordine, ripetuta quotidianamente, quasi attuando un’opera di auto-convincimento, dal Governo nostrano e da tutti i rappresentanti dei piani alti dell’economia e della finanza.

Con le dovute differenze, che vanno dal costante ottimismo del premier fino alla “cauta ripresa” paventata da Confindustria e Banca d’Italia, tutto l’establishment politico finanziario del Paese è concorde nell’assicurare l’efficienza della macchina economica italiana.

Tuttavia, ricordando che questi stessi personaggi, negli ultimi anni, sono andati irresponsabilmente incontro alla più devastante crisi economica del capitalismo moderno, una domanda sorge spontanea e inevitabile: possiamo (nuovamente) fidarci?

Si è ripetuto numerose volte che questa crisi economica, iniziata de facto nell’estate 2007 con la prima debacle del mercato immobiliare, è dovuta allo “scoppio della bolla finanziaria”.

Di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una degenerazione dell’economia europea e, soprattutto, americana, per cui tutta la struttura economica di un Paese si trova ad essere fondata sul debito e su una finanza completamente scollegata dall’economia reale.

Abbiamo assistito alla combinazione di una crisi di sovrapproduzione, tipica del sistema capitalista, con l’esplosione della bolla finanziaria, dovuta al fatto che per anni si è sopravvalutata l’effettiva ricchezza del mercato azionario.

Oggi, a poco più di un anno dall’inizio “ufficiale” della crisi, sono due gli elementi che giustificano l’ottimismo del Governo: la ripresa del mercato finanziario e una ripresa dei consumi e dell’andamento del PIL.

Ma, come spesso accade, c’è qualcos’altro dietro; notizie il più delle volte ignorate ma che, nell’insieme, tracciano un preoccupante quadro d’insieme.

Cominciamo dall’economia reale, termine gentile per indicare l’insieme delle persone che vivono nel concreto le conseguenza dei freddi numeri degli indicatori economici.

Secondo il presidente della piccola industria di Confindustria (23 ottobre 2009), un milione di piccole e medie imprese sono a rischio di chiusura nei prossimi sei mesi. In queste settimane cominciano anche ad esaurirsi gli effetti degli ammortizzatori sociali per molti lavoratori per i quali la cassa integrazione si trasformerà in licenziamento. Centinaia di nuovi “casi INNSE” (la fabbrica occupata milanese, protagonista sui media lo scorso Agosto) stanno scoppiando in tutto il Paese. E’ notizia di ieri la denuncia, da parte di alcuni consiglieri regionali (Federazione della Sinistra) della regione Veneto, simbolo del nord-est produttivo, del mancato arrivo dei 50 milioni promessi dal Governo, situazione che lascia sospese le richieste di CIG per oltre 20mila lavoratori.

Sempre ieri una nota dell’ETUC (l’associazione che riunisce i sindacati europei) ha stimato che, alla fine del 2012, la disoccupazione nell’eurozona raggiungerà il 12,5%.

Tradotto in termini concreti: i milioni di lavoratori licenziati in questi mesi rischiano di rimanere senza occupazione (e senza stipendio) almeno per i prossimi tre anni.

Le grandi multinazionali chiudono o de localizzano gli stabilimenti per garantirsi i profitti, le piccole e medie imprese, almeno secondo la logica dell’economia capitalista, dovrebbero essere aiutate dalle banche, finanziate a loro volta dai Governi.

Altro tormentone della crisi, infatti, è stato l’assicurare continuamente nuove e efficienti regole per banche e finanze. Le banche, in Italia come nel resto del mondo, hanno ricevuto grandi finanziamenti pubblici, senza dare, salvo rare eccezioni di nazionalizzazioni ad opera dei governi, garanzie sul loro effettivo contributo alla ripresa dell’economia del Paese (anche gli appelli della Mercegaglia a “guardare alle persone e non ai bilanci” sono caduti nel vuoto).

A testimonianza di come non ci sia stata nessuna regolazione sui grandi patrimoni, sull’evasione e sui paradisi fiscali, basta osservare come, in queste ore, i banchieri svizzeri possano serenamente ricattare Tremonti e l’interno Governo italiano, minacciando di rivelare i nominativi dei proprietari di “conti segreti” nel Paese.

Per completare questo inquietante quadro è sufficiente aggiungere due tasselli del puzzle, due notizie rimaste fin troppo nell’ombra.

Il 20 ottobre scorso  è apparso sul “Sole 24 Ore” un editoriale dell’economista Wolfgang Munchau, “una bolla impossibile per Fed e Bce”. In pratica Munchau argomenta, con dati e considerazioni disarmanti, una tesi secondo cui, nei prossimi mesi, con la ripresa finanziaria, scoppierà una nuova “bolla” che si sta creando in questi mesi, in cui il mercato azionario è sopravvalutato del 35-40 per cento, rischiando, a seconda dell’atteggiamento della Fed e della Bce, di creare una crisi finanziaria ancora più grave.

L’ultimo tassello del puzzle arriva dal mercato azionario e risale a venerdì 30 ottobre: nell’ultima seduta della settimana Dow Jones e Nasdaq hanno perso il 2,5 per cento, con ripercussioni su tutte le borse europee, che hanno registrato le peggiori perdite degli ultimi quattro mesi (quando, lo scorso Aprile, la crisi finanziaria fu considerata finita). In un giorno sono stati bruciati 100 miliardi di euro solo nel nostro continente.

Per capirsi: il massimo sforzo economico del Governo contro la crisi, il “pacchetto anti-crisi”, è stato finanziato con 70 miliardi di euro.

La crisi non è finita. Perché non siamo di fronte ad una passeggera crisi di una struttura economica, ma ad una struttura economica in crisi, che tenta goffamente di auto conservarsi.

Mattia Nesti.