Cesare Battisti: per me Italia vuol dire morte

Cesare Battisti

Il Governo italiano vorrebbe la sua estradizione non per amor di giustizia, ma per avere la sua testa come trofeo. “La Russa e altri ministri fascisti, hanno invece forti motivazioni ideologiche e personali, in quanto eravamo nemici dichiarati!”. E’ quanto afferma oggi Cesare Battisti, da tre anni recluso in carcere a Brasilia, dove lo “trattano bene”, come ci fa sapere. Tra una settimana ci sarà la decisione della Alta Corte del Brasile, che dovrà finalmente pronunciarsi in merito. Lui, oltre ad incrociare le dita, da buon comunicatore quale è, comunica. “In Italia rischierei la vita”, “quando la stampa si calmerà, rischio di finire impiccato in un carcere. Credo che alcuni giudici dell’Stf (Supremo Tribunal Federal, ndr) non ne abbiano tenuto conto”. “Tener conto” di cosa, ci si chiede? Del fatto che l’Italia sia attualmente un Paese così retrogrado, violento e pericoloso, da condannarlo a morte anche in assenza di pena di morte nel sistema giudiziario, da cui le più civili ali protettrici estere hanno l’obbligo morale di difenderlo? Misteri, come quelli di cui si intrecciano i suoi abili romanzi. E continua: “Da una settimana non riesco a mangiare, né a scrivere o lavorare. E non lo faccio di proposito, non si tratta di uno sciopero della fame”. Non ci lascia mancare qualche breve incursione, poi, nelle faccende politiche interne del suo Paese d’origine: “In Italia la giustizia non è al di sopra delle parti e, d’altra parte, non c’è più un’opposizione, dal momento che quella che c’è, ora vuole vincere le elezioni solo tramite la magistratura”.

(Sandra Korshenrich)

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