Honduras: dura appena una settimana l’accordo fra Zelaya e i golpisti.

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Nonostante gli entusiasti commenti di Hillary Clinton, in virtù del suo ruolo di Segretario di Stato americano, l’accordo raggiunto sabato scorso fra il legittimo presidente honduregno Zelaya e i golpisti guidati dal generale Micheletti non è durato nemmeno una settimana.

Già in occasione dell’accordo il Frente Nacionale de Resistencia, attraverso un comunicato politico, aveva fatto sapere che, nonostante il governo di pacificazione rappresentasse una vittoria del movimento, il popolo honduregno non intendeva rinunciare al suo non negoziabile diritto di convocare un’Assemblea Costituente per cambiare la Costituzione del Paese.

L’accordo è saltato ieri, quando i golpisti hanno comunicato ufficialmente che il governo di pacificazione nazionale, che deve guidare il Paese fino alle elezioni presidenziali del prossimo 29 Novembre, dovrà essere presieduto dal loro leader Micheletti e non, come si era pensato in un primo momento, dal presidente deposto Zelaya.

Dal canto suo Zelaya, che è tuttora rifugiato all’interno dell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, ha fatto sapere che una simile ipotesi sarebbe “tragicomica e assurda”, e che il popolo honduregno non è disposto ad accettare un “governo farsa“.

Al momento la situazione resta, quindi, in una situazione di forte tensione.

Il tentativo degli Stati Uniti, appoggiata anche dalla Costarica, di abbattere i golpisti cercando ci concedere loro la vittoria politica, rappresentata dalla conservazione della vecchia Costituzione, sembra miseramente fallito.

Al momento rimane la situazione di un Paese, già uno dei più poveri del continente, messo in ginocchio dall’isolamento economico imposto da tutti gli organi internazionali (Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea in testa).
Micheletti continua, inoltre, a subire forti pressioni dalla nazione di Obama, affinché ceda il potere.

Nel caso in cui si arrivi ad uno scontro frontale fra l’esercito e il movimento popolare guidato da Zelaya, non è escluso che possano esserci prese di posizioni “forti” anche da parte degli altri Stati del continente, Cuba e Venezuela in testa.
Mattia Nesti.

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