“A sangue freddo”: torna il Teatro degli Orrori

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Il Teatro degli Orrori continua il loro tour in giro per l’Italia, presentando l’ultimo attesissimo album, uscito ad ottobre, “A sangue freddo”.

La curiosità intorno all’uscita del secondo lavoro degli ex One Dimensional Man era stata giustificata dal successo che avevano ottenuto con il loro primo album: “Dall’impero delle tenebre“, nel 2007.  Per nulla ottimista nelle tematiche, come il titolo stesso ci suggerisce, questo cd è una pugnalata al coscienza sociale, è una provocazione con i fiocchi fatta in nome di un ideale.  Si parla esplicitamente di politica (“Compagna Teresa” è una storia di amore partigiano), si toccano corde di amaro cinismo nel costatare la perdita di identità e il senso di inutilità a vivere (“L’impero delle tenebre“), l’ipocrisia della guerra (“Carrarmatorock“), ricercando anche un barlume di   speranza (“Vita mia, io e te faremo la rivoluzione” canta Capovilla in Vita mia”). Il tutto all’interno di musicalità noise e acide, di grande effetto che abbracciano anche la teatralità di Carmelo Bene: il suo Amleto è citato in apertura del disco.

Il legame con il teatro è dunque contenuto persino nel loro stesso nome, un omaggio al Teatro della Crudeltà di Artaud. “Ecco l’angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo dal nostro teatro. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua vita” chiaro il manifesto di Artaud, chiaro ciò che ne raccolgono il Teatro degli Orrori con i loro concerti. Musica per i cervelli, ecco.

E il loro secondo album “A sangue freddo” prosegue coerentemente il discorso iniziato nel primo lavoro raccontando la storia Ken Saro Wiva. Si parla di Nigeria, quindi,  di diritti dell’uomo. Ergo, di brutalità umana. La voce di Capovilla anche questa volta spara parole poco rassicuranti,  nessuna redenzione, nè possibilità. Solo delusione.

Si mette in musica persino Majakovskj, si rimanda a Capote. Sotto il suono di un rock duro si parla di un padre che aspetta la figlia la sera (“Io ti aspetto“), si tratta di suicidio (“La vita è breve“).

Album intenso, non il solito che possiamo trovare esposto nei negozi di musica. Un album che ci chiede di riflettere, ascoltandolo mille volte, cercando di capire ogni parola urlata dal Teatro degli Orrori.

Francesca Sacco

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