Facebook e il sistema giudiziario: i messaggi sono prove scagionanti in tribunale

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:34

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Dopo il documento e la firma telematici, considerati ora legalmente al pari di quelli cartacei, e l’identità giuridica protetta da password utente, la Giustizia fa ora riferimento, nella raccolta di prove in tribunale, anche alle date e orari di inserimento di messaggi in forum e social network, come alibi (dall’avverbio latino “alibi”: in un altro luogo), ossia come prova scagionante di fatti commessi mentre l’imputato faceva altro, ossia scriveva e pubblicava.

A onor del vero, non si sa con quanta esattezza e con quanta garanzia di verità possano essere usate certe prove attualmente nei moderni sistemi giudiziari, viste le controverse opinioni e le alterne vicende di questa nuova attitudine dei giudici a modernizzare la loro raccolta di prove.

Sta di fatto che Facebook colpisce ancora, nel modificare le abitudini quotidiane e non di noi cittadini, ora addirittura di fronte alla Giustizia.

In Usa, a New York, il minorenne Rodney Bradford ha potuto essere scagionato dall’accusa di furto grazie all’utilizzo di Facebook. Il piccolo Rodney, che abita con la sua matrigna aveva inserito un messaggio dal proprio PC sul popolare social network, proprio nel giorno e nell’ora in cui nel suo palazzo di Brooklyn avveniva un furto, nell’appartamento di un vicino.

Sospettato di aver commesso lui l’atto malandrino, è stato preso e processato poche ore dopo il fatto, ed aiutato con tempismo perfetto dai suoi legali, che hanno dimostrato in aula che il ragazzo in quell’orario stava candidamente scrivendo al pc.

La prova è stata accettata ma alcuni giuristi obiettano: se qualcun altro avesse utilizzato il profilo di Facebook dell’imputato? In fondo, basta conoscere la password dell’username, ed è fatta. Benedetta malignità! Certo questo sarebbe per lo meno improbabile, visto che gli avvocati hanno immediatamente ottenuto dalla società Facebook i tabulati con indirizzo ip dei messaggi, potendo avvalorare dunque come gli inserimenti siano avvenuti proprio dal pc di Rodney, e con scarsa probabilità da parte della matrigna o di qualche estraneo o conoscente che si trovasse in casa.

Certo, Facebook e le altre “diavolerie moderne” devono ancora attendere che le istituzioni (figurarsi la macchina della Giustizia!) si mettano al passo, per evitare equivoci, confusioni, travisamenti, truffe da hacker e quant’altro, dopodiché di sicuro l’aiuto della tecnologia diventerà più utile alla vita collettiva.

Sandra Korshenrich