Economia e Tibet: Obama messo all’angolo dalla Cina.

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Nel corso della tappa cinese del suo viaggio in Asia, che lo ha portato oggi in visita a Shangai, il presidente Obama dovrà affrontare alcuni nodi fondamentali del rapporto degli Stati Uniti con la potenza cinese.
Per quanto riguarda l’economia Obama aveva già dovuto compiere una grossa apertura nei giorni scorsi, durante il vertice dell’APEC, quando ha definito “un vantaggio per tutti ” la crescita cinese, auspicando una “collaborazione pragmatica“.
Di fatto una inevitabile concessione, in un momento in cui l’economia capitalista arranca e la Cina continua a crescere e a cannibalizzare il mercato.

Una Cina che, al suo interno, vive in questi mesi una pesante diatriba, fra le fila del Partito Comunista, riguardante proprio il futuro della struttura economica del Paese; alcuni esponenti più moderati vedrebbe nel socialismo di mercato, utilizzato negli ultimi anni dal Paese per innescare un processo di crescita e di aumento del benessere dopo una fase di industrializzazione necessaria ad evitare il baratro del “terzo mondo”, una via per abbandonare definitivamente l’ancoraggio della potenza cinese agli ideali socialisti e comunisti.
Una svolta che sarebbe molto probabilmente gradita anche agli Stati Uniti che si troverebbero così a fronteggiare una potenza con caratteri simili ai propri; in questo senso va letta la scelta, degli alti dirigenti cinesi che stanno neutralizzando l’ipotesti di una tale svolta, di annunciare, proprio a poche ore dalla visita di Obama, la decisione di riprendere lo studio del marxismo e dei “valori centrali del socialismo“.

Non dimentichiamoci che, proprio in questi giorni, tutta la popolazione cinese, che fino ad ora ha vissuto gli effetti benefici di un capitalismo coniugato con un’ideologia socialista nella gestione della ricchezza e della produttività all’interno del Paese, vede crollare la fiducia nel sistema liberista occidentale, anche a causa dei sondaggi, fatti dalla BBC, e diffusi dai principali giornali del Paese, che descrivono come in 21 paesi la popolazione abbia perso tutta la fiducia nel sistema capitalista.
Obama è quindi consapevole di non poter permettersi di portare avanti, come aveva lasciato intendere il suo predecessore Bush, uno scontro economico frontale con la Cina e quindi fra liberismo e sistema capitalista e un’economia in forte ascesa strutturata su un modello socialista e, forse in futuro, marxista-leninista.

Non a caso, secondo alcune indiscrezioni, sembrerebbe che diversi diplomatici cinesi ritengano che i tempi siano maturi per chiedere a Obama, al termine della sua visita, di prendere posizione in modo netto sulla vicenda tibetana, dichiarando che “il Tibet fa parte del territorio cinese e gli Stati Uniti sono contrari all’indipendenza della regione”.
Una presa di posizione che risulterebbe definitiva, dopo la scelta, alcune settimane fa, del presidente americano di non ricevere ufficialmente il Dalai Lama in visita nel Paese.

Mattia Nesti.

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