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Niente mobbing

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Era accaduto il 2  febbraio del 2008, a Milano. Una cassiera peruviana dell’Esselunga aveva denunciato un caso oltraggioso di mobbing nei suoi riguardi. La donna, affetta da gravi disturbi renali, aveva il divieto di andare in bagno essendo costretta a umiliazioni di ogni genere da parte dei suoi superiori. Non ultimo, era stata vittima di un’aggressione violenta nello scantinato del supermercato paventando un disinteresse del direttore che, comunque, successivamente l’aveva accompagnata in ospedale. Il caso era risaltato nei maggiori quotidiani nazionale, suscitando l’indignazione dei sindacati e delle coscienze italiane. La situazione degenrò quando l’Esselunga minacciò una  serie ripercussioni legali contro chiunque avesse infangato il nome della società con accuse false e del tutto fantasiose. Pian piano, non se ne parlò quasi più, lasciando quel caso di mobbing nell’ombra del passato. Fino a oggi. Il caso è stato chiuso e il verdetto a cui sono arrivati i giudici incaricati del caso è stato: la donna si è inventata tutto. Tutto archiviato, dunque. Il dubbio, però rimane. E’ possibile che la donna abbia lavorato così tanto di fantasia, magari per avere qualche momento di celebrità? E’ possibile che una madre di due figli, con un contratto part time di 30 ore settimanali e dalla retribuzione di circa 1000 euro al mese, inventi un’aggressione e un caso eclatante di mobbing solo per celebrità? Intanto, comunque, per i giudici la cassiera ha inventato ogni dettaglio e il caso è stato archiviato. Ai fini legislativi, è questo ciò che conta.

D’Ascani Federica