L’Honduras verso le elezioni-farsa, alta tensione in Sudamerica.

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Mancano poco più di dieci giorni alle elezioni presidenziali in Honduras, fissate per il prossimo 29 Novembre, ma la situazione sembra ancora ben lontana dal risolversi in modo pacifico e definitivo.
Dopo il mancato accordo fra il legittimo presidente Zelaya, che rimane al momento all’interno dell’ambasciata brasiliana nella capitale honduregna di Tegucigalpa, e i golpisti guidati dal generale Micheletti, il Frente Nacional contra el Golpe de Estado ha ritirato il suo candidato, dichiarando, in perfetta sintonia con le parole dell’ex-presidente, che non riconosceranno nessun risultato uscito dalle urna, poiché ritengono le elezioni illegittime e falsate.

Di fatto, dopo gli eventi degli ultimi giorni, i golpisti sono stabilmente al potere, poiché anche qualora venisse formato un Governa di unità nazionale di “pacificazione”, sarebbe comunque Micheletti a guidarlo.
Gli Stati Uniti, protagonisti dell’accordo-farsa siglato un paio di settimane fa e definito da Hillary Clinton “storico”, sono spariti, almeno ufficialmente, dalla scena, concedendo così un implicito riconoscimento al nuovo Governo honduregno che organizzerà le prossime elezioni ma che, a ben guardare, non segna nessuna discontinuità rispetto al precedente regime estivo instaurato dai golpisti.

Per le strade la situazione economica del Paese e di migliaia di famiglie continua ad aggravarsi, mentre la forza repressiva dei militari contro le tante mobilitazioni popolari per chiedere una radicale riforma costituzionale diventa ogni giorno più pesante.

In ogni modo Obama, al ritorno dal viaggio asiatico, dovrà fare i conti con la complicata situazione del continente sudamericano, fino ad oggi delegata alla Clinton che, legata ai vecchi apparati repubblicani, non è riuscita a dare i segnali di discontinuità desiderati dal Presidente.
Un atteggiamento che sta allontanando sempre di più il Sudamerica dalle politiche degli USA, come testimoniano anche le parole filo-cinesi pronunciate da Lula a proposito dell’accordo sul clima siglato da Obama e Hu Jintao o le forti tensioni lungo la frontiera fra il Venezuela di Chavez, che gode del consenso di molti presidenti del continente, e la Colombia che ha accettato di installare sul proprio territorio sette nuove basi militari americane.

Mattia Nesti.

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