Battiato: nuovo disco fra vecchi successi e nuove canzoni

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Franco Battiato, solitamente schivo nei confronti dell’attualità e della politica, deve aver ritenuto veramente insostenibile la condizione del nostro Paese, per scegliere di scrivere un testo che attacca frontalmente il sistema culturale dominante propugnato anche dall’attuale maggioranza di Governo.

“Uno dice che male c’è – recita “Inneres Auge” omonima canzone dell’ultimo album del cantautore siciliano – a organizzare feste private, con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? Non ci siamo capiti, e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti? Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro? La Giustizia non è altro che una pubblica merce…, di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori, se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente”.

Battiato ha inserito poi alcuni suoi vecchi brani, già riproposti in occasione del tour della scorsa estate, come “Un’altra vita” (pezzo del 1989).

“Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri, speciali. Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita”. Avere vent’anni e non sentirli.

Nell’album spazio anche a “No Time No Space” (1985) uno dei più grandi capolavori, a mio parere, dell’intera produzione di Battiato; “parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi di civiltà  sepolte di continenti alla deriva”, e comincia il viaggio verso nuove e straordinarie dimensioni distaccate dalla terrena realtà circostante.

E poi “L’incantesimo” (1998), “La quiete dopo una tempesta” (2001), “Stage Door” (1998) e “Haiku” (1993) magico invito alla meditazione che costruisce intorno un suggestivo paesaggio di pace e serenità.

Battiato, come già fatto con l’album “Fleurs”, torna ad omaggiare Fabrizio De André offrendo una sua meravigliosa interpetazione di “Inverno” del poeta cantautore genovese.

Chiudono l’album gli altri due inediti: “Tibet” e “‘U Cuntu”.
Il primo brano è un attestato di solidarietà verso i monaci della regione cinese che, manifestando per chiedere l’instaurazione di un regime teocratico del Dalai Lama, sono stati uccisi dall’esercito.
Con “‘U Cuntu“, il Maestro chiude questo suo album utilizzando il dialetto siciliano, musicalmente eccelso.

‘Usennu stamu piddennu ‘u sennu
ti ni stai accuggennu unni stamu jennu a finiri

Il senno stiamo perdendo il senno
te ne stai accorgendo dove stiamo andando a finire”

Mattia Nesti

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