Home Interni: Scopri cosa accade Oggi in Italia Cronaca: Ultime Notizie di Cronaca Le piste che nessuno vuol raccontare sul caso Orlandi

Le piste che nessuno vuol raccontare sul caso Orlandi

L'avvocato ed ex giudice Ferdinando Imposimato
L'avvocato ed ex giudice Ferdinando Imposimato

Ecco gli elementi di una pista investigativa da anni meticolosamente seguita e completamente diversa da quella più nota. Sono quelli che emergono dalle parole dell’ex giudice Ferdinando Imposimato, in una intervista esclusiva concessa a “Oggi”, che ne ha gentilmente anticipato qualche stralcio.

“Sabrina Minardi, l’ex compagna del boss della banda della Magliana Renatino De Pedis, è una cocainomane”, afferma Imposimato riguardo alla superteste considerata per lo più attendibile durante le attuali udienze, nonostante alcune marcate contraddizioni. “Non è attendibile soprattutto quando rivela che Emanuela Orlandi è stata uccisa poche ore dopo il rapimento, la sera del 22 giugno 1983. Io, infatti, ho le prove che la ragazza, figlia di un commesso del palazzo Apostolico, era viva almeno fino al 1997”. E, come è noto, la famiglia ripone ancora le più vive speranze nel fatto che Emanuela sia viva da qualche parte.

Ferdinando Imposimato è da anni professionalmente coinvolto nella vicenda, come legale della famiglia Orlandi. “Due mesi fa”, continua l’intraprendente avvocato, “attraverso l’ambasciata turca a Roma, ho inviato un dossier di dieci cartelle al ministro dell’Interno turco. Un documento che contiene i risultati delle mie indagini, la preghiera di approfondirle, dandomi la possibilità di parteciparvi”.

Ed ecco le principali fonti secondo cui Emanuela Orlandi è viva: “Le fonti sono diverse. Una è il fratello di Ali Agca che non ha alcun interesse a mentire. Le altre sono prove documentali e testimoniali che debbono restare coperte”.

L’avvocato-investigatore spiega con sicurezza che Emanuela appena rapita fu trasferita in Germania, ed in seguito in Francia, dove infatti ebbe luogo un blitz della polizia di tre nazioni diverse, la cui laboriosa collaborazione a nulla potè servire, perché durante le operazioni, poi, “qualcuno aveva parlato”. Conclude perentorio e deciso, l’ex giudice Imposimato: “Oggi papa Ratzinger dovrebbe chiedere la collaborazione di questi Paesi. Dopo 26 anni è giunto il momento di conoscere la verità. E non da una cocainomane”.

C’è, in effetti, parlando di fatti non molto letti in questi anni, la serie di circostanze effettivamente legate al ruolo del Vaticano nell’inchiesta. Ineludibilmente, bisogna constatare che si sia trattato di un ruolo di offuscamento, anche se non se ne comprendono ancora le ragioni.

Pino Nicotri, esponente del giornalismo d’inchiesta italiano e autore di vari libri sull’argomento, ha compilato addirittura un elenco di comportamenti illegittimi da parte della Chiesa nel caso Orlandi. Lista schematica che riempie la pag. 182 del suo ultimo “Emanuela Orlandi, la verità”.

Una delle responsabilità, ad esempio, è quella di avere ordinato al testimone Raul Bonarelli, vice capo della Vigilanza vaticana, di mentire davanti ai magistrati, cosa di cui l’intercettazione telefonica è agli atti dell’inchiesta. La telefonata sarebbe intercorsa fra lui e monsignor Bertani, cappellano di Sua Santità. Questa notizia, a detta del giornalista ed investigatore-per-suo-conto, non sarebbe stata mai pubblicata, eccezion fatta per l‘Espresso, testata per la quale Nicotri ha lavorato.

Sarebbe opera del Vaticano, secondo le indagini personali di Pino Nicotri, anche il danneggiamento dei nastri che contenevano le telefonate arrivate in Santa Sede da parte del presunto testimone che si fece chiamare “l’Americano”. Registrazioni consegnate in ritardo e smagnetizzate, il cui contenuto nessuno dunque ha ad oggi mai avuto a disposizione.

Secondo Pino Nicotri, inoltre, Andreotti la verità la conosce di certo, e Cossiga quasi sicuramente. Così come sapeva Papa Giovanni Paolo II, che con i suoi appelli pubblici in favore della fanciulla, l’avrebbe in realtà sottoposta a pericolo mortale, poichè in certi casi il rapimento richiederebbe trattative riservate e silenzio pubblico. Dato che una condanna a morte da parte del comportamento della Chiesa non è pensabile, Nicotri è certo che la Chiesa al tempo sapesse già dell’avvenuta morte di Emanuela Orlandi.

Sandra Korshenrich