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Banche: la crisi non ha insegnato nulla

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lehmanToo big to fail“. Con queste parole gli economisti definiscono quelle banche che sono troppo grandi perché le si possa lasciare fallire senza causare un effetto domino che scateni crisi economiche di proporzioni gigantesche.
E’ per questo che, in questo anno di crisi, i Governi, dopo il fallimento drammatico della Lehman Brothers, hanno finanziato le banche per evitare che chiudessero, mandando sul lastrico milioni di risparmiatori.

Ma sembra che, a un anno dall’inizio della crisi, la lezione non sia servita.
Secondo i dati pubblicati oggi da “Il Sole 24 Ore“, infatti, gli isituti di credito hanno aumentato le loro attività del 25%, negli Stati Uniti del 20%.
Durante la crisi i Governi hanno emesso complessivamente 5mila 300 miliardi di aiuti alle banche, ma, se la situazione dovesse ripetersi, non sarebbero in grado di operare nuovamente un’operazione di difesa per gli istituti “too big to fail”.

Ma la cosa più preoccupante è che dopo aver investito una porzione enorme della ricchezza del Paese, anche in Italia, per salvare le banche, i Governi non hanno la possibilità di imporre loro un atteggiamento responsabile nei confronti dell’economia del Paese che si ripercuote su milioni di cittadini e di  lavoratori. Una situazione che è dovuta, però, esclusivamente alle responsabilità delle forze politiche al Governo che non hanno voluto dare uno scossone alla struttura economica, nazionalizzando le banche in crisi.

E così anche le banche ritornano a far crescere i proprio profitti, a scapito di chi ha pagato, sta pagando e pagherà gli effetti di questa crisi.
Il mercato azionario,  inoltre, ha dimostrato con il “caso Dubai” di non aver affatto modificato le “non regole” che hanno portato al crack.

L’economista Wolfgang Munchau, sul “Sole 24 Ore”, sostenne, il 20 ottobre scorso (qui), una tesi secondo la quale, nei prossimi mesi, con la ripresa della crescita dell’inflazione (fatto che sta avvenendo), scoppierà una nuova “bolla” che si sta creando in questi mesi in cui il mercato azionario è sopravvalutato del 35-40 per cento, rischiando, a seconda dell’atteggiamento della Fed e della Bce, di creare una crisi finanziaria ancora più grave.

Mattia Nesti

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