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Il silenzio colpevole sulle morti bianche

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La moda di questo autunno si chiama influenza A e lo strumento che utilizza per propagarsi nelle coscienze è il bollettino dei morti che si ripete su ogni giornale con cadenza quotidiana. L’Ansa snocciola l’ennesima notizia di una vittima e sulle facce di intere redazioni prende forma il sorriso perfido di chi è riuscito, per l’ennesima volta, a riempire un giornale o almeno la sua prima, con un argomento che ha, per di più, un forte ascendente sul fronte acquirenti.
La strategia è palese e se vogliamo anche piuttosto banale: preso atto che la folla annoiata ama aver paura, ecco a voi servita la paura più a buon mercato, e che importa se difficilmente si concretizzerà in reale pericolo per la maggior parte delle persone.
La pandemia di cui parlo fa tanto cinematografico, è di quelle che riempiono i silenzi delle pause ufficio, che insinuano nelle vite comuni quel condimento rivitalizzante che le illude per un attimo di stare vivendo un’avventura da film.
Bene, questo articolo intende porre fine a questo gioco della paura innocua, rovinarlo come chi d’un tratto capovolge il tavolo facendo volare via i pezzi di una scacchiera: smettano di fingere agitazione coloro che commentano i nefasti effetti dell’influenza suina e comincino a rendersi conto che il gioco della falsità che mettono in moto pubblicando quotidianamente questo bollettino di morti nasconde sotto il tappeto notizie “di morte” ben più importanti, e non importa se queste abbiano poco appeal sui frequentatori di edicole.

Mi riferisco allo scandalo delle morti bianche, le morti sul lavoro che quotidianamente si verificano in tutta Italia, verso le quali nessun anticorpo né vaccino può proteggerci, e che di sicuro non termineranno alla fine della stagione fredda, ma al contrario aumenteranno esponenzialmente fino a quando l’opinione pubblica non sarà opportunamente sensibilizzata al problema ed il governo, di conseguenza, non metterà in pratica contromisure più efficaci e risolutive.
Finora le vittime dell’influenza A sono state 91. La percentuale delle vittime e’ stata pari allo 0,0030 per cento dei malati, contro lo 0,2 per cento di quelle correlate alla normale influenza stagionale.
Nei primi sei mesi del 2009 i morti sul lavoro sono stati 490, il 5 settembre questa cifra era già salita a 710. Il calo registrato rispetto al 2008 viene da molti analisti imputato più alla crisi e alla riduzione della quantità di lavoro effettuata che ad un effettivo miglioramento delle condizioni di sicurezza. Anche se diminuiti, questi dati sono scioccanti e rappresentano una vera e propria emergenza democratica sulla quale è imperdonabile il silenzio di molti media locali e nazionali.

Queste righe non vogliono arrivare ad un confronto fra morti quanto piuttosto denunciare lo sbilanciamento di un’informazione che sembra essersi svenduta, colpevolmente, alla spettacolarizzazione, rinunciando alla verità e generando una perversa gerarchia di importanza che relega le morti sul lavoro agli ultimi posti.
Quale sarà la prossima paura da vendere – i terroristi arabi, i pirati di turisti, i violentatori romeni – capace di far passare ancora sotto voce l’ecatombe quotidiana dei cantieri e di alimentare ulteriormente il fronte già nutrito degli indifferenti?

Stefano Crupi