Usa:il simbolo del west finisce nel recinto

Corrono liberi per le vaste pianure. Simbolo della frontiera, dei pionieri, del Far West. Vivono così da sempre: da quando nel 1500 gli spagnoli portarono nel Nuovo Continente i puledri che generarono i mustang. I cavalli selvaggi americani.
Oggi oltre 2.500 di questi splendidi esemplari nel giro di un paio di mesi finiranno chiusi nei recinti e nonostante siano protetti, rischiano di morire. A migliaia. Un nuovo rapporto del governo federale, presentato nei giorni scorsi, sostiene che il costo per il mantenimento degli animali a carico di Washington supererà di 27 milioni di dollari il budget stanziato. Troppo.

L’ente che si sta occupando della loro cattura, il Bureau of Land Management, spiega che l’operazione si è resa necessaria per motivi ambientali. L’eccessivo e incontrollato aumento di questi cavalli, secondo il Blm, rischia di rovinare l’ecosistema della regione e danneggiare anche la salute dei cavalli stessi. Al termine del loro trasferimento, vivranno nei recinti di Black Rock Range, in una zona montuosa a 100 miglia a nord di Reno, sempre in Nevada. Qui, assicura l’ente, saranno curati e assistiti nel migliore dei modi.

Per oltre tre secoli questa razza fu la più numerosa degli Stati Uniti, ambita sia dai Nativi americani sia da colonizzatori. Poi nella prima metà del Novecento venne quasi sterminata, perché pericolosa per il bestiame da pascolo e ormai inutile all’esercito meccanizzato. Di oltre due milioni di esemplari ne rimasero poche centinaia.
Oggi i 33 mila cavalli sopravvissuti si dividono i territori demaniali di dieci stati, ma la metà sopravvive in Nevada. Il Bureau of Land Management che controlla la popolazione equina deve far fronte a ingenti spese: con pochi predatori (umani a parte, nonostante sia proibito abbatterli) i branchi di mustang sono raddoppiati negli ultimi cinque anni.

Per poter preservare gli esemplari che non vengono dati in adozione o comperati dagli appassionati, occorrono nuovi recinti, fattorie e l’assunzione di molti “vecchi” cow-boys. E le spese aumentano a dismisura. Così, l’unica soluzione che si profila all’orizzonte dei mustang, il cui nome deriva dallo spagnolo mesteno, “selvatico o senza padrone”, sembra l’abbattimento.
Alla notizia, le proteste sono divampate per tutti gli Usa. Eppure le alternative esistono: aiutare l’adozione dei puledri detassando l’acquisto o fornire incentivi fiscali ad associazioni e privati. Un’altra possibilità sarebbe quella di rilasciare gli animali in zone diverse da dove sono stati catturati, in modo che non diano fastidio alla potente lobby degli agricoltori. Ma per questa ipotesi ci vuole una legge ad hoc.
La soluzione più efficace e a costo zero per le casse del governo federale sembra invece quella suggerita da Karen Sussman, presidente dell’International Society for the Protection of Mustangs and Burros: “Sterilizzare i mustang condannati all’abbattimento, per lasciarli liberi sui territori demaniali sino alla fine dei loro giorni”.

Una polemica che sta coinvolgendo anche la Casa Bianca. A sostenere la protesta anche star come la cantautrice Sheryl Crow e l’attore Viggo Mortensen, che la settimana scorsa hanno scritto una lettera al presidente Barack Obama e al capogruppo democratico, eletto nel Nevada, Harry Reid, per chiedere che i Mustang rimangano liberi. Della tutela di questa razza in passato si è già occupata la politica: nel 1971 il Congresso approvò una legge che assicurava loro protezione federale e definiva i Mustang i “simboli viventi dello storico spirito pionieristico del West”.

Eleonora Teti