L’attacco fascista di Brunetta contro la Costituzione e il lavoro

Vedremo, dopo la giornata di ieri, se ci sarà qualcuno, tra le fila del Partito Democratico, che avrà ancora il coraggio di parlare di “dialogo” e dell’urgenza di fare le “riforme” condivise con la maggioranza. L’offensiva di Brunetta, che ritiene che “non abbia senso” dire che la “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, non è altro che l’ultimo tassello di un drammatico quadro che svela le criminali intenzioni di questo Governo.
Sarebbe sbagliato credere che questo non sia un “Governo del fare”; l’esecutivo di Berlusconi, in questi mesi, ha fatto molto per cercare di distruggere la classe sociale che ritiene nemica dei propri interessi: l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il primo provvedimento del primo Consiglio dei Ministri, tenutosi a Napoli nel 2008, approvò l’abrogazione delle norme, introdotte dal Governo Prodi e volute dalla sinistra, che perseguivano penalmente i datori di lavoro che non avessero garantito la sicurezza dei propri lavoratori dipendenti. Sono arrivate, poi, le norme razziste, volute dalla Lega, che hanno cercato, per mesi, di camuffare l’arrivo della crisi dietro lo spauracchio del clandestino che “ruba il lavoro e violenta le tue donne” (come si scriveva nei manifesti fascisti che promuovevano le guerre coloniali).
Nel frattempo, manovrata da Tremonti e Berlusconi, il ministro Gelmini approvava le sue drammatiche riforme della scuola pubblica, accompagnate dal famigerato disegno di legge Aprea che apre le porte alla privatizzazione degli istituti superiori e delle Università, palesando l’intenzione di (ri)trasformare la scuola pubblica in uno strumento di selezione di classe, anziché di selezione di merito e di uguaglianza.

E’ stata poi la volta, in questo 2009 appena concluso, dell’accordo separato sul modello contrattuale che ha concluso l’opera, avviata ad inizio degli anni ’90 con la complicità di tutto il centrosinistra riformista, di destrutturazione delle conquiste operaie degli anni ’60 e ’70. Per non parlare dei manganelli usati come unica risposta nei confronti delle decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici che chiedevano risposte concrete contro la crisi, contro i padroni e contro le banche che ancora una volta hanno ricevuto fondi pubblici senza offrire nessuna garanzia.

Quelle parole, “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“, hanno un profondo significato, che Brunetta conosce benissimo e che proprio per questo motivo cerca di distruggere, e che furono inserite nella Carta proprio per dare all’Italia una base solida. Una base che non fosse composta, come già era negli anni precedenti del fascismo, dalle oligarchie e dagli interessi di pochi gruppi di potere politico e economico, bensì dalle grandi masse dei lavoratori e delle lavoratrici, vera forza della nazione.

“Poi ebbi una visione, come l’esplosione di un altissimo fungo atomico di cretineria e le scorie ricadevano su ogni punto del nostro paese, affollate metropoli e sperdute lande, e l’effetto era un rincoglionimento totale, cosmico, indescrivibile. Nessuno aveva ancora capito che quell’elettrodomestico lì era il balcone dei beniti futuri. […] – Sì, per un pò lo ricorderemo ma non so per quanto – mi disse Baruch – La memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina.
Torneranno tra vent’anni o trenta ma torneranno. Non vedremo i cingolati entrare in paese, non parleranno in tedesco. Sorrideranno e avranno delle belle auto ammirate da tutti. Vestiranno giacche di sartoria invece della divisa di ordinanza. Non girerano le squadracce, ma si sparirà in silenzio, cancellati in qualche modo elegante. Così sarà”. [Stefano Benni – Saltatempo]