Blacklist e body scanner: la risposta degli U.S.A. all’allarme Newark

ULTIMO AGGIORNAMENTO 3:09

Una donna si sottopone alle procedure di "body scanner" all'aeroporto di Phoenix

L’ultimo allarme di Newark è solo la punta di un iceberg. Sembra quasi che gli Stati Uniti siano stati colti impreparati: panico, caos e disorganizzazione sono i risultati di una strategia di prevenzione portata avanti senza troppa efficacia dalle autorità americane.
L’Ansa riporta come, all’indomani del caso Detroit, il presidente Barack Obama abbia chiamato in causa i servizi di intelligence, parlando di valutazioni sbagliate e errori nel sistema di Difesa. Fortunatamente gli allarmi sono poi rientrati, senza trasformarsi in veri e propri attentati terroristici. Tuttavia il clima di allerta rimane alto. Soprattutto se si pensa che l’attentato fallito a Detroit possa costituire un pericoloso avvertimento.

Nel caso dell’aeroporto di Newark, vicino New York, una falla nel sistema di sicurezza, o meglio la fatale distrazione di alcuni agenti Transport Security Administration (Tsa), ha mandato in tilt un Terminal di uno degli aeroporti principali degli U.S.A., generando un caos impensabile: passeggeri bloccati, voli fermati, nervosismo e inasprimento dei controlli.
Basti pensare che è stata sufficiente l’intrusione di un solo uomo, probabilmente secondo RaiNews24 un passeggero tornato indietro dopo aver dimenticato qualcosa all’interno dell’aeroporto, per far scattare il panico. L’uomo in questione ha successivamente lasciato il Terminal, da una differente uscita, circa venti minuti dopo esservi entrato.

RaiNews24 riporta la testimonianza di una portavoce della Tsa, Sari Koshetz, la quale ha dichiarato che il sospettato è riuscito a far perdere le proprie tracce, è ancora senza identità e tale ricerca è resa ancora più difficile dal fatto che non sarà certo lui a presentarsi di sua spontanea volontà alle autorità, correndo così il rischio di essere arrestato per procurato allarme e di dover pagare milioni di dollari per i danni e i disagi provocati ai passeggeri e alle compagnie aeree.

In seguito a tali avvenimenti, gli Stati Uniti hanno disposto alcune misure cautelative per cercare di prevenire nuovi eventuali attacchi o allarmi terroristici .
Innanzitutto, l’amministrazione americana ha stilato una blacklist di Paesi “a rischio”. Essa contiene ben 14 nominativi. Ai quattro paesi che gli Usa ritengono “sponsor del terrorismo” quali Cuba, Iran, Sudan e Siria, sono stati aggiunti altri dieci potenziali nemici: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Libia, Nigeria, Pakistan, Somalia e Yemen. Si tratta quasi unicamente di paesi musulmani.

In che modo opererà questa blacklist come misura di prevenzione? Naturalmente non è possibile bloccare tutti i voli da e per i suddetti paesi. Perciò, i viaggiatori provenienti da Nazioni giudicate “a rischio” e diretti negli Usa subiranno controlli sistematici e dovranno passare attraverso l’innovativo macchinario di screening, il “body scanner”, che esaminerà i passeggeri guardandoli nudi ai raggi X (chi si rifiuta verrà perquisito manualmente), mentre i loro bagagli saranno ispezionati a mano.

Per tutti gli altri passeggeri, in particolare quelli americani ed europei, i controlli non saranno automatici ma casuali, a campione, salvo che i loro nominativi non siano inseriti in una particolare lista di persone giudicate pericolose o legate ad Al Qaeda, in dotazione in ogni aeroporto.

Dunque, non c’è tregua per i viaggiatori. Sarà sempre più difficile volare tranquillamente.
Si potrebbe affermare che si è di fronte ad una vittoria del terrorismo. Sembra prevalere la sua strategia della tensione, un disegno preciso di continui allarmismi e paure, per alimentare la sensazione di insicurezza delle persone. Nessuno è più libero di viaggiare senza che minuziosi controlli violino la sua privacy e, adesso, anche la sua intimità.

L’estrema politica di prevenzione e il sistema di sicurezza e intelligence messi in atto dagli Stati Uniti finiscono  troppo spesso per giustificare una chiara violazione dei diritti umani in nome della lotta al terrorismo.
Non vi è certezza che sia la strada migliore da intraprendere, vedremo se il tempo ne darà ragione.

Emanuele Ballacci