La lezione di Giuseppe Fava a 27 anni dalla morte

Il 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, giornalista, veniva ucciso a Catania con cinque colpi di pistola (calibro 7,65) da un assassino di Cosa Nostra. “Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…“, disse una volta Giuseppe, detto Pippo. Successe quel 5 gennaio di 27 anni fa dietro mandato della famiglia del boss Santapaola.

Giuseppe Fava, detto Pippo, dirigeva il mensile ‘I siciliani‘, sempre in prima linea con le inchieste sulla mafia, un giornale scomodo per Cosa Nostra e probabilmente scomodo anche ad alcuni dirigenti locali e non, tanto da continuare a spingere l’omicidio verso il movente passionale, cercando di accantonare la pista dell’omicidio di mafia e chiudere le indagini velocemente.

Come spesso accade Fava scrisse la propria condanna a morte per adempiere al suo lavoro di giornalista. Probabilmente la scrisse proprio all’interno del suo primo articolo de ‘I siciliani’ I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, dove denunciava le collusioni di alcuni imprenditori catanesi (i quattro cavalieri) col clan di Nitto Santapaola. Nell’articolo veniva nominato anche Michele Sindona, bancarottiere poi mandante dell’omicidio Ambrosoli. L’intreccio affari-mafia-politica rendeva necessaria l’eliminazione di un giornalista come Giuseppe Fava per continuare a poter lavorare in tutta sicurezza alle mafie locali.

Nella sua ultima intervista a Enzo Biagi, sette giorni prima dell’omicidio, che Vi riproponiamo di seguito, Fava dichiara: “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante“. Una lezione che ancora oggi la classe politica e parte della società civile fa finta di non vedere, accusando di ‘sputtanamento’ coloro che osservano questa situazione.

Fava impartisce una lezione importante alla società ma anche al giornalismo, mestiere di cui Fava faceva una vera e propria ragione di vita con un fondamento etico ben preciso, espresso nello scritto ‘Lo spirito di un giornale’che a molti dovrebbe essere ben presente, che invece troppo spesso sfugge ai giornalisti, anche giovani, del nostro tempo: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

L’intervista di Enzo Biagi a Giuseppe Fava

Luca Rinaldi