A Rosarno (Reggio Calabria) ancora scontri. Gli italiani hanno la pelle nera

E’ esplosa, alla fine, la rabbia delle migliaia di immigrati che vivono nelle campagne del sud, dove lavorano nei campi, spostandosi a seconda della stagione e del raccolto da fare: pomodori d’estate, aranci d’inverno. E’ esplosa a Rosarno, in Calabria, ieri sera quando un gruppo di bravi ragazzi italiani della zona, sicuramente reduci da una faticosa giornata di studio o di lavoro, hanno deciso di divertirsi prendendo di mira, con un fucile ad aria compressa, alcuni immigrati che tornavano dai campi, dove avevano lavorato dall’alba alla raccolta delle arance, per raggiungere i capannoni abbandonati dove “vivono” e dormono.

Kamal, marocchino di 25anni, racconta gli istanti dell’aggressione, quando ha visto due suoi compagni cadere a terra, colpiti ad una gamba e al torace: “Io sono riuscito a scappare, a buttarmi sotto una catasta di legno. Urlavo, chiedevo aiuto. C’erano delle macchine che passavano poco distante: come facevano a non vedere? Nessuno ha chiamato la polizia, e quei ragazzi ridevano”.

La rabbia è esplosa quando la notizia ha fatto il giro dei capannoni delle fabbriche abbandonate, dove gli immigrati alloggiano a centinaia aspettando che, all’alba, il “caporale” passi a prenderli per portarli a lavorare nei campi, 15-20 euro al giorno, per quattordici ore di lavoro; da lì arrivano i pomodori e le arance, vanto del “Made in Italy”.
La rabbia è esplosa distruggendo tutto quello che gli oltre 2mila lavoratori scesi in piazza hanno trovato sulla loro strada: negozi, macchine, cartelli stradali. Quei danni, che hanno colpito anche gli autoctoni calabresi di Rosarno, potrebbe pagarli lo Stato, quello Stato che è, oggi, l’unico responsabile degli scontri scoppiati ieri sera.

L’opinione pubblica scoprirà oggi, nello stupore generale, la realtà di quelle zone, ma le Istituzioni, comunali, provinciali, regionali e nazionali, sono consapevoli da tempo delle problematiche legate allo sfruttamento degli immigrati nei campi delle campagna meridionali.
Gli immigrati che trovano alloggio nelle “cattedrali nel deserto”, frutto delle speculazioni della criminalità organizzata, che lavorono sorvegliati dai “caporali”, anche se i veri padroni “sono le ‘ndrine, – come scrive oggi Repubblica – le famiglie della mafia calabrese, che più di tutte succhiano il sangue agli ultimi. Le ‘ndrine che hanno le arance, che hanno tutto nella Piana. I mafiosi li aspettano al passo, dopo Natale. Quando è tempo di raccolta”.

A Bari, dove gli immigrati emigrano durante la stagione estiva, l’unico intervento sociale per spezzare la schiavitù di migliaia di immigrati è arrivato dalla “Rete Antirazzista” (associazioni, Federazione della Sinistra, movimenti studenteschi…), che ha occupato il FerrHotel, struttura abbandonata da Trenitalia, per dare un alloggio sicuro a diverse decine di profughi somali. Ma per uomini di “sinistra”, come Nichi Vendola (Sinistra e Libertà) e Michele Emiliano (Partito Democratico) esistono “motivi tecnici” che impediscono a Regione e Comune di intervenire in prima persona a sostegno di questi percorsi di emancipazione sociale.

Rappresentanti, le regioni e i comuni, di uno Stato che non reputa opportuno intervenire quando gli “imprenditori” aggredirono fisicamente i sindacalisti della Cgil che, con l’iniziativa “Rosso Pomodoro”, volevano andare nei campi per informare gli immigrati dei loro diritti e documentare le situazioni di sfruttamento schiavista.
Io mi sento italiano – ha detto ancora Kamal – anche se sono un clandestino. Adesso io sto cercando di fermare la rabbia dei miei compagni. Ma la rabbia è davvero tanta. Perché molti hanno il permesso di soggiorno, si sentono italiani più di me. E non sono più disposti a sopportare”.

Sì, sono italiani. Sono veramente italiani quegli immigrati che lavorano, che vengono sfruttati, che rispettano davvero la convivenza civile, che sognano di vivere un futuro migliore. Perché la nostra Repubblica “è fondata sul lavoro” e non sullo sfruttamento o sulla schiavitù, per quanto questo faccia ancora storcere il naso al Ministro Brunetta.
E anche per loro, presto, dovrà arrivare il momento, come disse Giuseppe Di Vittorio, storico sindacalista meridionale, “di non togliersi il cappello al passaggio del padrone”.

Mattia Nesti