Beppe Alfano: la fine di un giornalista libero

La notte dell’8 gennaio 1993 tre proiettili colpiscono il giornalista Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto Beppe, mentre si trovava alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Poche settimane prima lo stesso Alfano disse: “Mi uccideranno prima della festa di San Sebastiano”. San Sebastiano cade il 20 gennaio. L’8 gennaio 3 proiettili lo freddano all’interno della sua auto.

Appassionato di giornalismo e da giovane militante della destra nazionale, nel 1991 scrive per il giornale ‘La Sicilia’ e inizia a seguire gli interessi del sistema mafioso che si sta sviluppando attorno a Barcellona sotto la supervisione dei Santapaola, vincitori della guerra di mafia. Cosa ha scoperto Beppe Alfano? Cosa ‘giustifica’ la decisione della cupola di uccidere quel giornalista libero?

Le inchieste di Alfano andarono a toccare principalmente tre punti nevralgici i quali scatenarono la fibrillazione dei clan barcellonesi nei suoi confronti. Il primo riguardava l’erogazione dei contributi AIMA (oggi AGEA ovvero Agenzia di Erogazione per l’Agricoltura) e della gestione delle truffe da essi derivanti e gestiti in concerto tra Cosa Nostra e uomini delle istituzioni barcellonesi, il secondo il raddoppio ferroviario, mentre il terzo riguardava i rapporti tra i soggetti coinvolti nelle altre due vicende a l’AIAS di Milazzo con un giro di miliardi che attira l’attenzione sia delle cosche sia del giornalista.

Assunzioni facili, acquisti gonfiati e interessi privati. Questo è il terreno su cui il giornalismo di Alfano si muove, rivolgendosi sempre agli uomini della politica. Alfano racconta quello che vede e scrive al dott. Canali, magistrato di Monza in quel periodo al Tribunale di Barcellona. Il rapporto tra Canali e Alfano porta le cosche a decidere l’eliminazione di uno dei due personaggi. La scelta cade su Alfano.

Nonostante gli appoggi nel mondo politico di cui godeva Alfano tra MSI e PDS, al momento decisivo, ovvero quello di portare le sue inchieste allo scontro col mondo istituzionale, il giornalista viene lasciato solo e isolato. Perchè? Perchè nonostante la militanza Beppe Alfano non trova appoggi nemmeno da quel MSI in cui è stato militante per anni? C’è un collante che porta in connessione la scomodità delle inchieste di Alfano e l’isolamento politico del giornalista.

Proprio negli ultimi mesi della sua vita Alfano nota la presenza in città di Santapaola e osservando matura la convinzione di aver scoperto proprio a Barcellona la presenza della sede di una vera e propria loggia massonica. Non era una loggia massonica qualsiasi. Era una loggia di potere, all’italiana: all’interno rappresentanti del potere ufficiale che siedono allo stesso tavolo coi rappresentanti del potere criminale, per, come dichiara anche l’avvocato della famiglia Alfano, Fabio Repici, decidere le sorti della città.

Una loggia massonica deviata che si cela dietro il nome e le strutture del circolo culturale “Corda Fratres“. Del circolo fa parte un personaggio di cui non si conosceva nulla, ma che in seguito sarebbe diventato celebre sulle cronache: il boss Giuseppe Gullotti detto ‘l’avvocaticchiu’. A quanto dichiara il presidente del circolo culturale, i membri della Corda Fratres vengono a sapere dell’associazione di Gullotti con Cosa Nostra nel 1993, immediatamente dopo l’omicidio Alfano, mentre secondo altri pareri il fatto che Gullotti fosse un affiliato di Cosa Nostra fu cosa assodata da tempo, a maggior ragione tra gli iscritti all’associazione culturale.

Nel novembre del 1993 il tribunale emette tre ordinanze nei confronti del presidente dell’AIAS Mostaccio, nei confronti di Gullotti e di Nino Merlino, killer del clan di Gullotti, accusato dal pentito Bonaceto che fu testimone oculare dell’omicidio. Il 15 maggio del 1996 arriva la sentenza: 21 anni per l’esecutore materiale Nino Merlino, assoluzione per Mostaccio e Gullotti. Puniti i picciotti, assolti tutti gli altri, come nelle migliori tradizioni.

In appello nel 1998 viene confermata la condanna a Merlino e vengono dati 30 anni di carcere a Gullotti, mentre Mostaccio esce completamente dal processo. Non è finita, perchè nel 2002 Nino Merlino viene assolto dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, in carcere rimane soltanto Giuseppe Gullotti condannato a 30 anni per aver organizzato l’omicidio di Beppe Alfano. In carcere vi è il ‘capo militare’, gli altri tutti a piede libero.

A oggi troviamo il presunto killer libero, un presunto mandante assolto e un mandante condannato in via definitiva a 30 anni, ma i punti non sono ancora chiariti, tanto che il processo è stato riaperto in seguito alle dichiarazioni del pentito Avola, il quale sostiene che Alfano sarebbe stato ucciso per aver scoperto i legami tra gli interessi del boss Nitto Santapaola e di alcuni insospettabili legati alla massoneria. In sostanza un giro di riciclaggio di denaro sporco attraverso fondi della Comunità Europea, operazione che potrebbe ricordare il filone d’indagine dell’inchiesta Why Not.

Si è cercato in tutti i modi, anche negli ambienti politici, di ‘mettere in giro’ la solita voce del movente passionale, del gioco d’azzardo, così com’è successe per Fava e De Mauro, anche loro uccisi dalla mafia ma non completamente per il volere della mafia. Giornalisti come Beppe Alfano ancora oggi danno quella lezione di giornalismo, quella lezione da vero ‘cane da guardia’ del potere e non come ‘cane da compagnia’. Quella lezione di giornalismo, a presidio della democrazia e contro le derive autoritarie del potere.

Luca Rinaldi