Rivolta di Rosarno, scoppia la polemica tra i partiti ma la soluzione è nelle casse dei mandarini dei supermercati

Come facilmente prevedibile dopo il fuoco della rivolta degli extracomunitari a Rosarno, è ora il turno del fuoco della polemica politica. Da un lato ci sono il governo e il PdL che hanno fatto quadrato attorno al ministro degli Interni Roberto Maroni, il quale ha annunciato la “linea dura contro gli stranieri“, dall’altro lato c’è invece l’opposizione del Pd che ha evidenziato i fallimenti e la demagogia del governo, pronto a urlare slogan facili facili e poi incapace di qualsiasi provvedimento concreto. Una polemica a due, in attesa che si inseriscano nella disputa anche le prevedibili uscite “securitarie” e xenofobe dei leghisti e quelle altrettanto da copione alla “liberi tutti e diritti per tutti” della sinistra estrema.

La rivolta di Rosarno quindi sarebbe, per i maggiori partiti politici italiani, solo ed esclusivamente una questione di ordine pubblico. Un approccio che potrebbe anche essere condiviso ma che può varere solo nello stratto lasso di tempo necessario affinchè la situazione rietri nella normalità. E poi, quale sarebbe l’approccio che il mondo politico intenderebbe adottare per prevenire il ripetersi della stessa situazione?
Che a Rosarno ci fosse una mina innescata era francamente cosa nota a tutti: extracomunitari regolari e non, accalcati come bestie in capannoni di fortuna che vengono impiegati come manodopera nella raccolta di mandarini, clementine e arance. Tanti extracomunitari per un lavoro che dura pochi mesi. Il compenso che ricevono per giornate lavorative lunghissime e prive di ogni elementare sicurezza e diritto è veramente misero, talmente tanto che questo genere di lavoro non potrebbe oggettivamente essere accettato da un italiano magari con figli e famiglia.

Proprio partendo da questa considerazione alcune forze politiche e religiose richiedono un intervento e un controllo da parte dello stato per eliminare questa situazione di palese sfruttamento.
Ma sarebbe sufficiente fare pressione su caporali e sulle aziende agricole per eliminare questo scempio? I mandarini prodotti con lo sfruttamento degli extracomunitari dove vanno a finire?

Le imprese agricole della zona di Rosarno non muoiono certamente di fame ma non sguazzano neppure nell’oro. Nella filiera infatti dopo di loro ci sono gli intermediari e quindi i buyer della grande distribuzione organizzata. Il prezzo d’acquisto che gli intermediari pagano alle aziende locali è basso, in quanto essi già sanno che solo ad un prezzo veramente contenuto è possibiìe trattare con la grande distribuzione per l’acquisto di enormi partite di frutta. Al livello inferiore, le aziende agricole locali, sono perfettamente consapevoli che se non si presentano agli intermediari con un prezzo di vendita basso (e enormi quantitativi di prodotto), sono tagliate subito fuori dal mercato.

Quei madarini e quelle arance che cercano di reggere l’economia di Rosarno, vanno poi a finire nei reparto ortofrutta della grande distribuzione organizzata. Sono proprio quelle clementine in offerta (e poi magari comprate dal razzista di turno che vorrebbe quasi la pena di morte per i rivoltosi di Rosarno) su cui la grande distribuzione ha, nonostante tutto, un sostanzioso margine di guadagno.

Spesso si ritiene che il sistema sia un’astrazione. Ma in realtà tutto è sistema e tutto è collegato: gli extracomunitari con le imprese agricole, le imprese agricole con gli intermediari, gli intermediari con la grande distribuzione organizzata, la distribuzione organizzata con quei consumatori che credono (ma credono soltanto) che all’ortofrutta di un ipermercato si risparmi. Il caso Rosarno a ben vedere è un’esempio di delocalizzazione senza bisogno di delocalizzare. La rivolta di Rosarno è un effetto dell’insostenibilità di questo sistema, ma ancora una volta il mondo politico preferirà non guardare alle cause originarie ma agli effetti, quindi ordine pubblico e politiche di repressione. In attesa della prossima rivolta.

Enzo Lecci