Gennaio 1839: i giornali francesi e inglesi annunciano l’invenzione del dagherrotipo

La prima "fotografia", ad opera di Niepce

Nei primi mesi del 1839 uno spettro si aggira per l’Europa: il dagherrotipo. L’invenzione viene annunciata da François Arago il 7 gennaio, all’Académie des sciences dell’Institut de France di Parigi. Il fisico (e matematico, astronomo e politico) si limita a presentare una relazione: il processo, messo a punto da Jacques Daguerre, consente la riproduzione, in bianco, nero e grigio, di immagini positive.

La tecnica prevede l’utilizzo di una lastra di rame argentata sensibilizzata mediante vapori di iodio, esposta nella camera oscura prima, a vapori di mercurio poi – con il mercurio che, legandosi all’argento, rende biancastre le parti prima esposte alla luce e imprime quindi un’immagine positiva, e quindi unica e non riproducibile –, e infine lavata in una soluzione calda di cloruro (o iposolfito) di sodio che la fissa. E Daguerre, una volta ottimizzato il procedimento, nel 1838, si era rivolto proprio ad Arago in cerca di un appoggio presto ottenuto.

Ma, nonostante l’invenzione abbia preso il suo nome, egli non fu il primo né l’unico ad occuparsene: simili studi per la produzione di immagini mediante processi chimici erano condotti anche da Joseph Nicèphore Niepce, che nel 1826 o nel 1827 ottenne la prima immagine fotografica conservatasi: un paesaggio, il cortile di casa, ottenuto con una posa di otto ora su una lastra per eliografia.

Niepce si dedicò d’ora in avanti al miglioramento della resa dell’immagine, che, finora non fissata, andava progressivamente annerendosi, e nel 1927 conobbe Daguerre, con cui nel 1829 fondò un’associazione per il perfezionamento dei materiali fotosensibili, e che portò avanti da solo gli studi, dopo la morte del primo nel 1833. La svolta fu l’utilizzo dei vapori di mercurio, che sviluppavano le immagini latenti (1935), e del sale da cucina, che le fissava (1937).

Il procedimento fu presentato ufficialmente, ancora una volta alla parigina Académie des sciences, il 19 agosto 1839.

L’introduzione del negativo, con la possibilità di riprodurre illimitatamente le immagini, esito di ricerche contemporanee ma indipendenti del matematico inglese William H. Fox Talbot, spalancò le porte alla diffusione della tecnica, e probabilmente atterrì ancor più quegli esponenti del mondo dell’arte come Paul Delaroche che, già nel gennaio 1839, dichiaravano rammaricati: “Da oggi la pittura è morta”.

Manuela Di Paola