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Ciancimino jr: Riina aveva carte da far crollare l’Italia

Il covo del boss Totò Riina non è stato mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia“. E’ questa l’ultima scottante rivelazione resa da Massimo Ciancimino,  figlio di Don Vito,  registrata nei 23 verbali desecretati, depositati al processo contro Mario Mori, il comandante dei Ros accusato di aver sostenuto, nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, la famosa trattativa tra Stato e mafia, .

Ciancimino jr continua a fornire informazioni (tutte da verificare) sulle dinamiche che portarono all’ arresto di Riina; cattura che, secondo quanto riferito dal figlio dell’ex sindaco palermitano, passò attraverso il patto siglato da Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros e la mediazione dello stesso Don Vito.

“Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri – ha ricordato Massimo – e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa. Provenzano riferì a mio padre – ha continuato – che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia“.

La mancata perquisizione del covo – è la tesi di Ciancimino jr – allontanò poi il pericolo che tali compromettanti scoperte venissero fatte. E sui protagonisti della trattiva, ha aggiunto: “Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino è diventato invece l’obiettivo della trattativa stessa”.

Le rivelazioni di Ciancimino non si fermano qui. Nel 1993, ha ricordato il figlio di Vito, la trattativa proseguì e coinvolse un nuovo personaggio: Marcello Dell’Utri, investito del ruolo che era stato attribuito all’ex sindaco di Palermo (ormai in carcere). “Mio padre – ha riferito ancora Massimo – sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile. Aveva gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

E sul famoso “pizzino” in cui Bernardo Provenzano faceva riferimento  “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, Ciancimino jr ha confermato quanto precedentemente reso alla magistratura: dietro le due cariche vanno riconosciute le persone di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro. Anche su quest’ultimo, il ricordo del figlio di Don Vito si fa vivo e puntuale: “Quando accompagnavo mio padre dall’ onorevole Lima – ha detto Massimo – fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo che i tre autisti eravamo questi”.

” Andavamo a prendere cose al bar per passare tempo. Ovviamente, loro due: Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita – ha concluso il filgio di Don Vito – e chi meno;  ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Maria Saporito