L’allarme di Gratteri: “Skype aiuta la mafia”

Il procuratore antimafia Nicola Gratteri

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Dda, direzione distrettuale antimafia, del Tribunale di Reggio Calabria, e magistrato della Dia, Direzione investigativa antimafia,ha lanciato l’allarme: Skype aiuta le mafie”.

Gli affiliati della mafia usano il web per non incappare nelle intercettazioni. Social network, poste elettroniche, software di comunicazione, tutti hanno consegnato l’algoritmo per l’intercettabilità dei dati di scambio…tutti, tranne Skype.

Il procuratore, impegnato nella lotta alla ‘ndrangheta ha spiegato: “Servono norme internazionali che regolino il settore. In modo che chiunque crea nuove tecnologie di comunicazione al contempo deve fornire agli Stati i sistemi di controllo per la sicurezza stessa dello Stato e dei cittadini”.

Mentre il governo nazionale è occupato a restringere il campo delle intercettazioni tradizionali sui telefoni ai soli “evidenti indizi di colpevolezza”, la mafia, al passo con i tempi, utilizza Skype.

Il procuratore, da oltre 20 anni impegnato in prima linea contro la mafia calabrese, non è d’accordo con la decisione del governo ed ha argomentato: “Servono solo 12 euro al giorno per intercettare in confronto ai pedinamenti, alle pattuglie e agli straordinari delle forze di polizia”.

Nicola Gratteri, 50 anni, ammette che se non fosse diventato magistrato avrebbe voluto fare il “contadino”. “Amo la natura, amo le piante. Mi piace molto vederle crescere” ha affermato. “Mi auguro con il mio lavoro di riuscire a fare qualcosa di buono per la comunità, di riuscire ad arginare il problema mafioso”.

Le intercettazioni sono importantissime per cercare di arginare la piaga della mafia che ovviamente si sta attrezzando: gli affiliati alla ‘ndrangheta comunicano via Skype e utilizzano social network come Facebook.

Nicola Gratteri ha inoltre esortato il governo a prendere provvedimenti “a breve periodo” per la lotta alla mafia: “Bisogna cambiare, nel rispetto della Costituzione, il codice penale, il codice di procedura penale e l’ordinamento giudiziario.”

Non ci vorrebbe molto, basterebbe cambiare le leggi che favoriscono la scarcerazione dei mafiosi come il “rito abbreviato”, che in realtà non accorcia i processi o la parificazione dei reati di “associazione a delinquere.”

Chissà se il “grido d’allarme” verrà recepito dall’esecutivo italiano oppure verrà lasciato cadere nel vuoto.

Federico Lusi