Spartacus ha vinto la battaglia ma non la guerra

La cassazione ha confermato le condanne per i 24 imputati nel processo Spartacus: 16 ergastoli e 8 condanne tra i 2 e i 30 anni. Un colpo alla camorra dei Casalesi, la vittoria di una battaglia ma non della guerra. Una vittoria sicuramente importante quella della magistratura in terra campana, ma che non deve suscitare facili entusiasmi. La strada è ancora tutta in salita per i magistrati campani che devono anche fare i conti con l’ingresso della camorra a livelli più alti, dove la questione non è più solo fra clan, ma anche fra clan e politica.

Diventano definitivi 16 ergastoli inflitti a boss e luogotenenti: Francesco Schiavone, detto Sandokan, il capo indiscusso, il suo (ormai ex) braccio destro Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto ‘e mezzanotte, e i due boss latitanti che avrebbero acquisito in questi anni il ruolo di reggenti dell’organizzazione, ovvero Antonio Iovine e quel Michele Zagaria, colui che si fece costruire la villa sul modello di quella di Scarface interpretato da Al Pacino.
Il processo riguardava accuse come l’associazione mafiosa, omicidio, estorsione e porto abusivo di armi. Condanne tutte confermate dalla suprema Corte: non si può più tornare indietro, l’ultimo grado di giudizio ha emesso il proprio verdetto e la sentenza non è più un foglio scritto, ma un segno sulla fedina penale dei mafiosi. Un segno indelebile che li porta ai margini dell’organizzazione, allo status di criminali semplice per gli altri delle cosche. Per questo la rigenerazione dei gruppi di comando sarà ancora più veloce, per questo contro la camorra si è vinta una battaglia ma non la guerra. In più la nuova camorra si muove sotto traccia, le tentazioni stragiste vengono meno e i capitali raccolti dalle attività illecite vengono reinvestiti in movimenti che appaiono invece senza macchia nel commercio di calcestruzzo e nell’edilizia.
A ben vedere i nomi e i clan che ancora oggi reggono le strutture della camorra campana, li ritroviamo tutti nell’affaire Cosentino, sottosegretario all’economia, candidato PDL, poi auto-scandidatosi di recente, alle prossime elezioni regionali in Campania, per cui la magistratura non ha avuto l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Qui si apre uno squarcio di non poco conto sul contrasto alla criminalità organizzata. Tempo fa Antonio Ingroia, magistrato antimafia di Palermo, erede di molte inchieste di Paolo Borsellino, ebbe a dire le seguenti parole: “per affrontare la mafia, che non è soltanto un’organizzazione criminale ma un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimenti ampio, di opinione, nella società. Ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase che se dicessimo oggi saremmo accusati di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Borsellino – per la lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia”.

Il giorno dopo Ingroia fu ovviamente attaccato in diretta nazionale da Minzolini. Lo Stato presente deve esserci con tutte le proprie strutture e contro la criminalità organizzata non può affidarsi alla determinazione dei soli magistrati che decidono di andare a fondo (tanti lasciano stare prima) e delle forze dell’ordine. Ma se la politica è quella di oggi, che crede di risolvere la situazione con le manette e le confische senza poi appoggiare la magistratura nel corso dei processi, allora Spartacus la guerra non la vincerà mai.

Luca Rinaldi