Haiti, ucciso un saccheggiatore in un Paese senza futuro

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:19

Mentre, a cinque giorni dalla drammatica scossa che ha raso al suolo Port-au-Prince, ancora non si hanno notizie di tre italiani per la cui sorte la Farnesina ha espresso viva preoccupazione, oggi è stata un’altra giornata di saccheggi e di violenze.
Le forze di polizia, supportate dalle diverse migliaia di militari che stanno continuando ad arrivare dagli Usa, hanno ucciso oggi uno dei tanti saccheggiatori che si aggiravano per la capitale nel tentativo di rubare viveri e beni di prima necessità.

Come se non bastasse, negli ultimi giorni, oltre 3mila detenuti, tra cui anche criminali pericolosi, sono evasi dalle carceri distrutte.
Haiti è una Paese nel caos, dove la scossa di ieri ha distrutte anche le ultime speranze di ricostruzione. Haiti è un Paese dove un intero popolo non ha un futuro e, a ben vedere, non ha nemmeno un presente, privo di aiuti medici, privo di cibo, privo, soprattutto, dell’organizzazione necessaria ad affrontare un dramma di questa portata.

Le grandi potenze internazionali, che oggi scoprono improvvisamente la solidarietà verso una terra martoriata per decenni con il tacito assenso di tutti, si sono attivate, spesso senza riuscire a delineare con precisione la linea di confine che divide il sostegno umanitario al popolo di Haiti dall’intento di avviare una sorta di opera di neoimperialismo in stile “piano Marshall”.

Cuba, il paese del terribile Fidel Castro che Obama ha voluto inserire nella lista dei “paesi canaglia” e che ha mandato sul campo 18mila tra infermieri e medici, ha inviato un aereo colmo di medicinali che ha dovuto fare avanti e indietro per quattro volte prima di avere il via libera ad atterrare.
L’aereoporto, infatti, è controllato dall’esercito americano (Obama ha inviato 7mila uomini), che ha già rischiato l’incidente diplomatico con i francesi, che chiedevano di dare la precedenza ai voli umanitari anziché ai mezzi che trasportavano le truppe a stelle e strisce.

Nelle prossime settimane, quando i riflettori dell’opinione pubblica internazionale saranno spariti, ad Haiti si continuerà a morire e a vivere in mezzo alle strade, fra i morti e le macerie.
Ma, soprattutto, nelle prossime settimane si capirà se la ricostruzione di Port-au-Prince sarà una questione che riguarderà solo le potenze militari presenti sul campo, quasi interamente statunitensi, decise a mantenere l’ordine ad ogni costo, o se si avrà il coraggio di ridare al popolo di Haiti quella dignità che gli è stata tolta da quando i bianchi occidentali sono sbarcati sull’isola.
Forse, molto probabilmente, solo una vana speranza.

Mattia Nesti

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