Casilino 900: via 50 nomadi dal campo romano

Sono partite ieri mattina le operazioni che porteranno allo sgombero di Casilino 900, il più grande campo abusivo di Roma. Pullman organizzati dalla Croce Rossa hanno ieri condotto una cinquantina di nomadi (quasi tutti di origine bosniaca) verso la nuova area in via di Salone allestita per accoglierli. E’ qui che nei giorni scorsi sono stati atrezzati circa 40 nuovi prefabbricati muniti di acqua calda, elettricità e servizi igienici.

Un passo importante per l’amministrazione comunale guidata da Gianni Alemanno che intende completare entro il mese di febbraio lo sgombero del Casilino per dare inizio alla seconda fase della riabilitazione territoriale, quella della bonifica.

È una giornata epocale per Casilino 900 – ha commentato ieri il sindaco capitolino che assisteva all’abbatimento delle prime baracche –  sono quasi commosso. Attraverso un dialogo condiviso possiamo iniziare lo sgombero che terminerà entro l’inizio di febbraio. Porteremo le famiglie in campi attrezzati dove – ha assicurato Alemanno – potranno iniziare un percorso di legalità e inserimento al lavoro. Alla fine prevarrà la solidarietà e la legalità. Noi vogliamo che entro quest’anno non esistano più campi nomadi abusivi e tollerati e tra qualche anno neanche tutti gli altri”.

Basta con il fango e la sporcizia – ha detto un uomo coinvolto nelle operazioni di allontanamento dal campo – vogliamo un futuro migliore per i nostri figli. Tutta l’Europa giudica questo posto una vergogna, vivo qui da anni, ho sei figli tutti nati a Roma e la sera eravamo costretti a farli studiare con le candele accese”.

Ma non tutti i nomadi hanno risposto alle sollecitazioni del comune con lo stesso entusiasmo, anzi. Ieri mattina una donna anziana ha minacciato di mandare il “malocchio” a chiunque si fosse avvicinato per condurla fuori dalla sua casa. Alla fine, grazie anche alla mediazione del figlio, la donna ha ceduto ed è salita su uno dei pullman allestiti dalla Cri.

C’è poi chi ricorda che a Casilino 900 c’è nato e lascia in questi alloggi di fortuna, al di là di ogni oggettivo e riscontrabile disagio, anche una miniera di ricordi cari ed affettuosi. “Ho paura che le nostre famiglie possano dividersi – ha detto Bayram Hashimi, portavoce dei kosovari e dei macedoni del campo – Va bene qualsiasi luogo, ma l’importante è che stiamo vicini. Oltre ai legami familiari, c’è la questione delle etnie: la convivenza non è sempre facile, vorremmo evitare tensioni”.

Maria Saporito