Bertolaso sugli aiuti ad Haiti: scoordinati e di facciata, non servono

“Si dà un po’ da mangiare, bere e il problema per loro è risolto, ma si devono porre le basi per la vita futura”. Queste le amare e risentite parole del capo della Protezione Civile italiana Guido Betolaso sull’operato Usa in Haiti. Gli aiuti sarebbero dunque limitati alla situazione contingente, e non mirati verso il futuro degli abitanti. Alla maniera di quegli ausili che danno una mano col solo risultato di rendere le persone aiutate maggiormente dipendenti, e dunque pensando al tornaconto di chi dà l’aiuto, anziché ad un sincero intervento in favore del futuro di chi si trova nella situazione sfavorevole.

Critica inoltre, Bertolaso, anche la situazione di ignoranza in cui, a detta sua, versa la popolazione del posto, autorità comprese. Situazione che al momento non è arginata da alcun tipo di intervento estero. “Il governo locale non sa nulla di quello che accade c’è netta la sensazione che siano stati emarginati”, spiega il capo della Protezione Civile.

Gli aiuti da parte degli Usa, insomma, sarebbero “encomiabili, ma manca una capacità anche di coordinamento e di leadership. La mia proposta”, continua Bertolaso, ”è quella che si faccia un vertice internazionale, a livello dell’Onu, per stabilire come gestire questo tipo di emergenze nel mondo“. L’idea è stata lanciata per la prima volta in diretta su Raitre, nel programma di Lucia “In mezz’ora”, con parole dure, che non lasciano intravvedere speranze ottimistiche sull’attuale operato internazionale. “Oggi si prende atto di un fallimento del sistema”, ha addirittura dichiarato. Alla domanda della Annunziata, volta a capire se possa esser lui la persona delegata a gestire la situazione, Bertolaso non si è mostrato affatto contento della supposizione: “Non se ne parla neppure. Io sono una persona controcorrente, alle Nazioni Unite vanno bene quelle conformiste. L’importante però è che venga scelta una persona e che gli venga dato un ruolo operativo”.

Gli americani, insomma, a detta di Bertolaso, di un personaggio come lui non vorrebbero saperne, ma seguirebbero il suo prezioso consiglio mettendo qualcun altro al posto congegnato dal capo della Protezione Civile.

Ed ecco i consigli pratici del caso. Allestire tendopoli, risolvere la crisi alimentare, e quella della sanità. In caso contrario, prevede che “gli haitiani potrebbero arrabbiarsi”, come avverte dal celebre programma tv. “Il problema di fondo è che nessuno si prende il cerino in mano”.

“Ci sono enormi organizzazioni coinvolte e moltissimo da fare, ma la situazione è patetica, e tutto si sarebbe potuto gestire molto meglio. Il mondo poteva dare prova di poter gestire al meglio una situazione come questa, ma finora non ha funzionato. Si assiste a una fiera della vanità, si viene qua con l’ansia di far bella figura davanti alle telecamere, si sventolano le bandiere, ma non c’è uno che dice lavorate e poi andate davanti alle telecamere e prendete la medaglietta”.

Riguardo l’ignoranza che sarebbe propria degli haitiani riguardo la situazione mondiale, Bertolaso spiega di essersi fatto quest’idea quando è stato ricevuto insieme con l’ambasciatore italiano (si tratta di Enrico Guicciardi, ambasciatore italiano in Santo Domingo, poiché una vera e propria ambasciata italiana ad Haiti non esiste fino a questo momento, n.d.r.) dal presidente di Haiti René Preval: “Non sanno nulla di quello che accade, e insomma c’è netta la sensazione che siano stati emarginati”.

Ironizza, poi, Bertolaso, sulle immagini di “Clinton che scarica le cassette della frutta“. Infatti, secondo lui, “sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito l’emergenza in prima persona, invece se n’è andato”.

Secondo Bertolaso, insomma, tutte le operazioni sono mal gestite perché mancano di coordinazione, e sono dunque svincolate le une dalle altre, dando un risultato finale dispersivo in termini di lavoro, risorse, raggiungimento di obiettivi. “Le navi ospedale, le portaerei – spiega – non hanno rapporti stretti con il territorio, con le organizzazioni umanitarie che sono presenti sul posto. Ognuno fa la sua parte, ma in modo svincolato”.

Sandra Korshenrich