Fini tra giudici e Cavaliere

Gianfranco Fini si impone sempre di più come alfiere del politicamente corretto. Dopo l’intercettazione che lo aveva colto mentre si esprimeva in una dura critica al personalismo politico di Berlusconi (“confonde la leadership con la monarchia assoluta”) e l’esternazione della sua perplessità circa il processo brve, il presidente della Camera sembra fare marcia indietro.

Alla presentazione del libro di Violante “Magistrati”, Fini parla della necessità dell’indipendenza della magistratura, ma mette in guardia sulla possibilità dell’avvento di una “democrazia giudiziaria“, per evitare la quale bisognerebbe “porre un argine alle tentazioni della politica di condizionare l’indipendenza della magistratura con norme che mirino alla sua sottoposizione politica”. Non solo, l’ex segretario di An precisa, con riferimento ai magistrati, l’importanza di “valorizzare il principio di responsabilità che consiste nell’adempiere ai doveri d’ufficio con imparzialità e rigore deontologico”.

Da una parte, quindi, Fini tenta di richiamare la politica ai suoi doveri e soprattutto alle sue responsabilità di fronte alla legge, dall’altra, però, cerca di non forzare troppo la mano su un tema scottante, perchè riguardante nomi illustri e alte cariche dello Stato, come quello della giustizia.

Per concludere il suo intervento di riavvicinamento a Berlusconi e ammorbidire le precedenti critiche avanzate al Cavaliere, Fini parla anche di Tangentopoli. All’indomani di Mani pulite – che da sempre, da una parte all’altra degli schieramenti, ha favorito numerosi parallelismi tra Craxi e Berlusconi –  è nata, sostiene Fini, “l’idea di una sorta di “protettorato” dei pubblici ministeri sulla Repubblica”, la quale  “ha portato” aggiunge il presidente della Camera “alla massima estensione dell’interpretazione creatrice del giudice”.

Simone Cruso