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Quando le dimissioni non sono più un atto dovuto

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Ormai in Italia si è fatto il callo alle mancate dimissioni dei politici di fronte a fatti come truffa, peculato, falso in atto pubblico e reati in genere. Poi però ogni tanto qualcuno si dimette e qualcosa non torna. Ovvero, ciò che dovrebbe essere la prassi per un individuo delle istituzioni che si trovi in situazioni disdicevoli come quelle appena citate, dare le dimissioni appunto, diventa un caso eccezionale. Tutto capovolto insomma.

Pochi giorni fa è successo di nuovo: Flavio Del Bono si dimette dall’incarico di sindaco di Bologna per “induzione a rilasciare dichiarazioni mendaci”. I giornali ne parlano e la società civile rimane giustamente sconcertata. Ma da cosa? Davvero dal reato commesso dall’ormai ex sindaco o dalla reazione che ha portato alle sue dimissioni? Esame di coscienza a parte, può essere utile per ristabilire una sorta di “normalità” di azione e quindi del sentire civile, ricordare i nomi di quei politici che hanno scelto di non dimettersi, a nessun costo.

Silvio Berlusconi è sotto processo per corruzione dell’avvocato Mills, frode fiscale e appropriazione indebita per la vicenda Mediatrade, nonchè imputato per accuse fiscali nel processo per la compravendita di diritti Tv negli anni passati. Il cavaliere avrebbe gonfiato i costi di film per creare fondi esteri in modo darisparmiare sulle tasse e occultare gli utili ai soci minoritari della quotata in borsa Mediaset. Berlusconi, nonostante tutto, rimane saldo al suo posto, non pensa alle dimissioni e di fronte a una situazione analoga a quelladi Marrazzo (dimessosi per accertata posizione di ricattabilità) fa spallucce. Anzi, cerca in tutti i modi di far approvare leggi che gli permettano di non essere processato (vedi lodo Alfano) o accorciare la durata dei processi in modo da far cadere in prescrizione i possibili reati (vedi processo breve).

Raffaele Fitto, ministro per i rapporti con le Regioni, è stato rinviato a giudizio per corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concomitanza con l’editore di Libero e Il Riformista Pasquale Angelucci. La presunta tangente pagata dall’editore al partito di Fitto La Puglia prima di tutto ammonterebbe a 500 mila euro.

Nicola Cosentino, sottosegretario all’economia, se non godesse dell’immunità parlamentere, sarebbe in carcere con l’accusa si concorso esterno in associazione camorristica. Diversi pentiti parlano dei suoi rapporti con il clan dei Casalesi. Recentemente è arrivata un’altra richiesta d’arresto per corruzione nella vicenda dei rifiuti a Napoli.

Roberto Formigoni, non è stato indagato, ma certamente coinvolto nello scandalo Oil for fodd. Saddam Hussein prendeva mazzette da un’impresa genovese segnalata dal presidente della regione lombardia. Il collaboratore di Formigoni, De Petro, ha subito una condanna a due anni per questa vicenda. Le tangenti, infatti, finivano in parte agli iracheni e in parte nelle casse Candolny, una società vicina a Comunione e liberazione, di cui Formigoni fa parte.

è con animo “dimesso” che il politico non dimesso dovrebbe guardare alla sua situazione, così da cominciare, forse, a ristabilire i giusti criteri di normalità e a far camminare la politica sulle gambe e non sulla testa.

Simone Cruso

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