Calcio, Juventus-Alberto Zaccheroni: “Nuovo ciclo: qui siamo al top del Mondo”

Ecco la conferenza stampa di presentazione di Alberto Zaccheroni, alla sua prima apparizione a Vinovo come allenatore della Juventus: “Inizio dicendovi una cosa che so che vi sta molto a cuore e vi anticipo. Ho incontrato Ferrara prima dell’allenamento e l’ho fatto con molto piacere. Ci siamo parlati 10 minuti, scambiandoci i saluti ma non opinioni. Perché? Non vivo di preconcetti, stessa cosa che ho detto alla squadra: non voglio sapere quel che è successo prima. Voglio soltanto voltare pagina e partire da ora in avanti. Non perché non riconosco il lavoro fatto dal mio predecessore, anzi. Il lavoro che ha fatto Ferrara è un ottimo lavoro. Era pure un’idea vincente all’inizio del campionato: ha offerto un calcio che mi è piaciuto molto. Non rinnego le scelte del mio predecessore e apporterò i miei accorgimenti valutando l’organico a mia disposizione. Conosco molto bene i ragazzi calcisticamente parlando, ma caratterialmente no. Da oggi parte un capitolo nuovo.
Come mai ha scelto di dire di sì alla Juve? “Mi piacciono le sfide. Finora ho allenato una sola formazione di grandissimo livello nella mia carriera: il Milan. Avere una squadra a disposizione come quella della Juventus, di questo livello, non mi è mai capitato dall’inizio. Ho a disposizione un organico molto molto importante, di grande spessore. Non so quante squadre in Italia abbiano la stessa qualità della Juventus. Sono convintissimo di vincere questa sfida. Non siamo all’inizio del torneo, ma abbiamo tempo per recuperare. Siamo soltanto all’inizio del girone di ritorno. Il mio compito è trovare la maniera di riportare i giocatori ai loro livelli. La testa fa la differenza e lavorerò molto sotto questo aspetto. Mi aspetto molta disponibilità da parte dei giocatori. Non mi basta il talento e ho parlato chiaro anche con loro. Loro, per il momento, mi hanno dato la risposta che mi attendevo. Vedremo in campo. Io amo il calcio e chiunque pagherebbe per vincere questa sfida. Bisogna  ripartire da quella Juventus d’inizio stagione. Era pronosticata da tantissimi come una delle favorite alla vittoria finale. S’è sempre distinta per grinta, personalità e per il fato che imponeva il gioco agli avversari. Ora bisogna tornare proprio a quello”.
Come mai ha accettato un incarico a breve termine: era troppa la voglia di ricominciare?
“Questa passione ce l’ho dall’81. Dopo 20 circa ho firmato il mio contratto al Milan. Alcune volte mi è successo di dover lasciare prima, altre di restare oltre la scadenza e rinnovare. Mi piace il mio lavoro. Quindi non mi preoccupo. Ho accolto questa proposta con grandissimo entusiasmo: qui siamo al top del mondo. Inutile leggere che la Juventus non ha più l’appeal di una volta. Sedersi su questa panchina è come stare tra le prime 6 o 7 squadre del mondo. Non è un punto di arrivo, perché spero di mettere in difficoltà i dirigenti e farmi riconfermare. Se poi a fine stagione non ti ricoscono qualcosa, non c’è problema e ci si può dividere. Mica tutti la possiamo pensare alla stessa maniera. No? Parto con grande determinazione e cercherò di trasmetterla ai miei. Se questa squadra raggiungerà i livelli che mi aspetto, non potremo fare altro che far bene. I risultati bisogna andarli a prendere non aspettarli”.
Meglio trovarsi con giocatori che ti giocano contro o con giocatori che di colpo diventano irriconoscibili?
“Ci sono periodi in tutte le squadre in cui le cose vanno male e i giocatori diventano irriconoscibili. Ci può essere chi non è contento di stare in panchina, ma squadre che giocano contro l’allenatore non le ho mai viste. Oltretutto il calcio è soggettivo e ognuno ha la sua idea. La stessa partita può essere valutata in diversi modi a seconda di chi la guarda. Dal di fuori è impossibile giudicare. La certezze nel calcio non esistono. Abbiamo la cultura dell’ultimo risultato. Il resto non conta”.
Obiettivo minimo da raggiungere?
“Si fa sempre tempo ad allargare gli orizzonti, ma l’obiettivo minimo è la qualificazione in Champions League, visto che non siamo più nei primi cinque posti. Questo è quello che mi è stato chiesto dalla dirigenza. Però è anche vero che il mio predecessore è stato bersagliato da troppi infortuni. Quindi è impossibile fare previsioni. Per un allenatore sono fondamentali 3 cose: essere nel posto giusto al momento giusto, avere una società forte alle spalle e avere fortuna. Per, se dovessi restare anche l’anno prossimo, abolirò tournée e spedizioni. Ho avuto un precedente con il Milan: niente tournée, niente infortuni”.
Il 3-4-3 di Udine si può riproporre anche a Torino?
“Ogni sistema di gioco si può applicare a qualsiasi squadra. Il sistema di gioco perfetto non esiste. Dipende dai giocatori che hai a disposizione e devi cercare di sfruttarli nel modo migliore. Potrebbe anche accadere qui di utilizzare il 3-4-3. Ci sono sempre 2 o 3 giocatori che devono adattarsi in ogni sistema di gioco. Spero che la mia squadra sia capace di cambiare pelle (e qui torna di moda “il camaleonte” di Claudio Ranieri, ndr). Il sistema di gioco dominante, ovviamente, sarà uno solo, con un paio di alternative di riserva. Ho già un’idea, ma non è vero, come ho letto in questi giorni, che ho sempre giocato con una difesa a 3. L’ho fatto soltanto a Udine e a Milano, sponda rossonera. Poi all’Inter, dopo le 6 vittorie consecutive iniziali, sono stato costretto a cambiare per l’infortunio di Coco e abbiamo inanellato altri 7 vittorie consecutive verso la fine del campionato nonostante una difesa a 4. Il reparto più importante per me è il centrocampo”.
Traghettatore le piace come parola?
“Non mi ci rivedo. Io sono un dipendente e fino a che sarò seduto sulla panchina, pretendo la piena autonomia. Dopo di che il proprietario della società non sono io. Non mi sono mai lamentato e mi rimbocco le maniche”.  
Infastidito dalle voci di Benitez per il futuro?
“Io sarei orgoglioso di lasciare la squadra in Champions League a chiunque arriverà dopo di me, Benitez o non Benitez. Mi farò offrire eventualmente una pizza prima di lasciargli la squadra. Ma io lavoro per cercare di mettere in difficoltà i miei dirigenti e guadagnarmi la riconferma”.
A forza di stare fermo si sente arrugginito?
“Non credo. Ho avuto tempo per studiare le partite, di prendere appunti, di aggiornarmi. Eppoi guardate Roberto Mancini al Manchester City: è stato fermo un anno e mezzo e non mi sembra si sia arrugginito. Non ho vissuto mica in Canada. Puntualmente andavo allo stadio per la serie A, serie B e partite di Champions”.
Come pensa di guarire la squadra?
“E’ un problema soltanto psicologico, non c’è dubbio. Basta guardare le ultime partite. Ma se il rendimento di Diego e Felipe Melo è al di sotto delle aspettative, non è solo colpa loro, ma dell’attegiamento della squadra. Se Buffon non è coperto dalla difesa non può fare il Buffon”.

Andrea Bonino