Dove (soprav)vive il clandestino in Italia

Medici senza frontiere torna nei centri di accoglienza italiani per analizzare le condizioni in cui vivono gli immigrati senza permesso di soggiorno. Il resoconto è agghiacciante: manca tutto, a partire dai dei diritti umani, la cui mancata tutela si esplica nell’assenza di protocolli d’intesa col Sistema Sanitario Nazionale, nell’isufficiente assistenza legale, sociale, sanitaria e psicologica, in episodi di autolesionismo, risse, rivolte e nella totale assenza di beni di prima necessità.

“La gestione dei centri per migranti – dice Medici senza frontiere –  nonostante siano stati istituti ormai da più di un decennio, sembra ancora ispirata da un approccio emergenziale e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori”. Dopo la visita del 2008 a numerosi di questi centri (Lampedusa esclusa per manzanza di auorizzazione da parte della Prefettura di Agrigento), 21 tra CIE (Centri d’espulsione), CARA (Centri per richiedenti asilo) e CDA (Centri d’accoglienza), l’associazione ha deciso di ritornare sul campo. Infatti, nella prima metà del 2009 si sono verificati due eventi di grande importanza su questo fronte: l’estensione da 2 a 6 mesi del periodo massimo di trattenimento e la forte riduzione di approdi di migranti sulle coste meridionali all’indomani degli accordi Italia-Libia; fatti, questi, che non potevano non mutare drasticamente la situazione, che appunto Medici senza frontiere ha deciso di monitorare nuovamente.

“Analizzando i dati raccolti nelle visite condotte nel 2008 e nel 2009  –  si legge nel rapporto “Al di là del muro”  –  nonostante alcuni miglioramenti soprattutto nella qualità degli edifici, è emersa una condizione non molto dissimile da quella riscontrata nel primo rapporto del 2003. Permangono numerosi fattori di malfunzionamento ed episodi di scarsa tutela dei diritti fondamentali a prescindere dall’ente gestore”. Non solo. Difetta la trasparenza, “come testimoniato dal rifiuto del ministero dell’Interno di rendere disponibili a MSF le convenzioni stipulate tra i singoli enti gestori e le locali Prefetture.

La situazione più difficile si riscontra nei Cie, all’interno dei quali si tovano ex detenuti, ma anche persone con anni di permanenza in Italia e a volte con famiglia a carico. Questa etrogeneità non può che generare tensioni e fatti di violenza “ne sono la riprova – spiega Msf – le testimonianze dei trattenuti e le numerose lesioni che si procurano, il frequente ricorso che fanno alle strutture sanitarie e ai sedativi, i numerosi segni di rivolte, incendi dolosi e vandalismi e le notizie di cronaca di suicidi, tentati suicidi e continue sommosse. Una tensione che non appare semplicemente legata alla condizione di detenzione ai fini del rimpatrio, ma anche al senso di ingiustizia vissuto dai trattenuti nel subire una limitazione della libertà personale pur non avendo commesso reati”.

Dal punto di vista del risultato, poi, le cose non sembrano andare meglio, con una media di rimpatriati del 45%.

Simone Cruso