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Libertà di Internet in pericolo: il decreto Romani, in soldoni

Il decreto legge presentato da Paolo Romani, vice ministro allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, approvato il 17 dicembre 2009 in via preliminare dal Consiglio dei Ministri, in attesa del parere vincolante delle commissioni Cultura e Trasporti, prima dell’approvazione definitiva, interessa per di più il dibattito in rete, mentre sembra scivolare via nelle agende di giornali e telegiornali.

Il fatto però deve interessare ancor prima degli addetti ai lavori l’intera collettività e non solo a livello nazionale. L’approvazione di tale decreto creerebbe infatti un pericoloso precedente anche a livello europeo che porrebbe la comunità occidentale davanti a una pericolosa involuzione ‘cinese’ del Web.

Ci sono più indizi e una prova oggettivamente tangibile che metterebbero l’Italia come apripista pericoloso. Gli indizi a carico sono principalmente questi: le autorità italiane cercano di attribuire a siti come Google e Yahoo! la responsabilità per i contenuti generati dagli utenti, mentre invece i motori di ricerca non fanno altro che ospitarli o fungere da service provider. Le sentenze recenti in sfavore di Google e Youtube avvalorano il discorso di cui sopra. Il Presidente del Consiglio in carica è a capo del maggior impero televisivo privato italiano. Non è un caso che la ‘prova tangibile’ (il decreto Romani) abbia in realtà l’intento di sottoporre, di fatto, i contenuti video della Rete alla disciplina tv tradizionale.

Ecco la formazione della prova che scaturisce dall’analisi del decreto in due punti molto semplici su cui occorre far chiarezza per tutti. L’approvazione definitiva della norma porterebbe a due conseguenze fondamentali e ad altri piccoli punti oscuri.

Si avrebbe l’equiparazione dei siti Internet che forniscono possibilità di caricare materiale audiovisivo ai canali tv tradizionali, ponendo l’obbligo della registrazione della testata, della definizione di un direttore responsabile e della rettifica. Obblighi che per un blogger, o un video-blogger sarebbe difficile assolvere in quanto questi, spesso, non sono iscritti a un albo professionale, condizione richiesta per il direttore responsabile.
L’assegnazione al governo della discrezionalità per le autorizzazioni alle trasmissioni in diretta o live streaming su Internet.
I punti oscuri riguardano sempre la discrezionalità sui contenuti che il governo intende arrogarsi per stabilire tutto ciò che è bene e tutto ciò che è male, per la famosa condizione da Mein Kampf “se non fai nulla di male non hai nulla da temere”. Il punto è che qui la scelta tra bene e male viene imposta da un governo con tutti i suoi interessi e tutti i suoi poteri.

Qualcuno tra i sostenitori del decreto dice che tutto ciò avviene anche in Belgio, ma in quel caso specifico il video ‘incastonato’ è inteso come semplice dichiarazione e non attività fissa di publishing televisivo. Altra misura che fa discutere è il famoso sms inviato ai genitori nel caso in cui i figli minorenni stiano frequentando un sito “pericoloso”(questa volta la privacy tanto amata che si vada pure a far benedire).

Al solito il governo si cela dietro la solita direttiva europea con la quale il Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Nel decreto Romani apparentemente vi è un mero recepimento di direttiva comunitaria, mentre in realtà si celano ambiguità e commi per dare una autentica ‘bastonata’ in particolare ai VideoBlog e di fatto trasformare Internet in una grande TV. L’obiettivo, ormai nemmeno più troppo nascosto, del governo, è trsformare Internet in un vero e proprio distributore di contenuti omologati e vagliati da chi di dovere, così come accade in Cina dietro le quinte del grande Firewall.

Luca Rinaldi

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