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Epifani: Alcoa, evitare la chiusura ad ogni costo

Alcoa non può chiudere perciò bisogna che si faccia di tutto per scongiurare questa chiusura perchè se si chiude non si riapre. Occorre utilizzare tutti i mezzi, nessuno escluso. Vediamo cosa deciderà la multinazionale altrimenti spetta al Governo trovare misure straordinarie per garantire la continuazione dell’attività“. Il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani ha chiarito con queste parole la posizione del sindacato di Corso Italia in merito alla vicenda Alcoa, che vede circa duemila operai a rischio licenziamento.

Ieri, intanto, oltre 700 operai sono arrivati a Roma dalla Sardegna e dal Veneto per assediare Palazzo Chigi, chiedendo al Governo di intervenire duramente per impedire all’azienda di chiudere. L’incontro fra i rappresentanti dell’esecutivo e i vertici della multinazionale è stato rinviato al prossimo 8 febbraio.
L’Alcoa si è impegnata, quindi, a tenere aperto lo stabilimento almeno fino a lunedì.

La vicenda dell’Alcoa, ancora ben lontana dal risolversi, mostra con chiarezza uno degli aspetti più preoccupanti della crisi economica da cui il nostro Paese non è ancora uscito.
Come ribadito in più di un’occasione anche da importanti esponenti del Popolo delle Libertà, il Governo percepisce l’importanza sempre maggiore di affrontare il problema della disoccupazione dilagante che, da quando i lavoratori hanno cominciato a salire sui tetti e ad occupare le fabbriche e i posti di lavoro, non può più essere nascosta sotto la maschera dell’ottimismo.

E’ sotto gli occhi di tutti, però, che nella vana speranza di tenere buoni i lavoratori senza mettere in discussione gli equilibri economici che stanno aggravando gli effetti della crisi, il Governo rischia di causare un cortocircuito dalle imprevedibili conseguenze.
E’ incomprensibile, d’altronde, anche l’atteggiamento della Cgil o, quantomeno, di Epifani che, nel suo intervento, parla della necessità di “misure straordinarie”.
Si ha l’impressione, parlando di Alcoa come di Fiat, che il sindacato sia terribilmente disarmato a fronte di una situazione completamente nuova; si ha l’impressione, quindi, che Epifani, forse per garantire determinati equilibri interni in vista del congresso, voglia riproporre i vecchi schemi della concertazione, senza comprendere che gli industriali che fino a ieri hanno lavorato grazie ai finanziamenti pubblici e alle agevolazioni non hanno nessuna intenzione di preoccuparsi delle conseguenze sociali delle loro azioni, volte esclusivamente al salvataggio dei loro profitti.

Da giorni si ripete un teatrino in cui l’esponente politico o il sindacalista di turno spiegano che, siccome in passato lo Stato ha aiutato le aziende, adesso i manager devono anteporre le esigenze dei lavoratori ai loro profitti.
Peccato, però, che il libero mercato preveda che quei manager abbiano il diritto di fregarsene altamente e di portare l’azienda dove la manodopera costa la metà.
E, in tal caso, cosa può fare lo Stato?

Mattia Nesti