Fiat: avanti anche senza incentivi, Termini chiude

Il governo faccia la sua scelta e noi accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall’incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia”.
Con queste parole l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne ha freddamente commentato la possibilità che il Governo, in seguito alla scelta del Lingotto di chiudere Termini Imerese, congeli gli incentivi che sarebbero entrati nelle casse dell’azienda.

“Non possiamo piu’ permetterci – ha aggiunto Marchionne – di tenere aperto un impianto che da troppi anni funziona in perdita produrre un’auto li’ costa fino a mille euro in piu’ e piu’ ne facciamo e piu’ perdiamo. Non e’ piu’ in grado di stare in piedi. Per assurdo, per noi sarebbe piu’ conveniente continuare a pagare tutti i dipendenti fino alla pensione tenendoli a casa”.
Peccato che non sia un caso il fatto che questa improvvisa urgenza di chiudere lo stabilimento siciliano sia sorta solo in un momento di crisi in cui Fiat per difendere i propri profitti non può far altro che delocalizzare in paesi dove è presente una manodopera a basso costo, come la Polonia, dopo aver lucrato, per decenni, sui finanziamenti pubblici usciti dalle casse dello Stato.

“Bisogna avere il coraggio – aveva replicato il presidente del Senato Renato Schifani, di comune accordo con il Governo – di dire basta ad elargizioni statali se non vengono salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali. Occorre fermare la logica degli incentivi se non e’ seguita ad una attenta e forte politica delle imprese che esalti e tuteli l’occupazione”.

La risposta di Marchionne, però, è tanto cruda quanto prevedibile. Già parlando della vicenda di Alcoa e delle timide dichiarazioni della Cgil dei giorni scorsi, era emersa con chiarezza una situazione in cui le istituzioni hanno completamente perso il controllo della grave crisi economica, occupazionale e sociale.
Solo nella testa del Governo e dei sindacati, che pretenderebbero di tenere la situazione sotto controllo con metodi totalmente estranei al contesto della crisi, può esistere la pretesa che Fiat rinunci al proprio piano aziendale, che punta ad avere un maggiore profitto, per salvare i posti di lavoro in Italia, solamente perché in passato ha ricevuto finanziamenti pubblici su cui lo Stato non ha mai chiesto uno straccio di garanzia.

Il teatrino dell’indignazione è finito. Fiat, forte delle regole del libero mercato, andrà avanti per la sua strada e lascerà per la strada migliaia di lavoratori e, stiamo bene attenti, non solo a Termini Imerese.
E poco importa, a questo punto, se con tutti i soldi investiti nel Lingotto lo Stato avrebbe potuto nazionalizzare quell’azienda già da tempo.

Vediamo come si metteranno le cose, – ha detto il premier Silvio Berlusconi – noi siamo sempre aperti e pronti a dare una mano ai settori che ne hanno bisogno”. Peccato che l’unico settore che ha bisogno sia quello dei lavoratori e delle lavoratrici che vorrebbero uno Stato capace di dare un futuro a questo Paese.
E, magari, un sindacato che lo chiedesse.

Mattia Nesti