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Legittimo impedimento, tra Alfano e Napolitano prove tecniche di approvazione

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Mentre alla Camera si trascinavano le infuocate discussioni sul “legittimo impedimento” che sarebbe di lì a breve stato approvato, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si avvicinava a passo spedito al Quirinale. Ad attenderlo ieri, per un colloquio durato circa 50 minuti, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Al centro della discussione il tema della Giustizia, declinato nei suoi più molteplici aspetti: dal l”eggitimo impedimento” al “processo breve”, dal ddl “anti-pentiti” alle riforme.

La prima rassicurazione giunge dal ministro Alfano: “Presidente – ha detto, riferendosi al ddl proposto dal senatore Domenico Valentino che vorrebbe limitare l’uso delle testimonianze rese dai pentiti nei processi – non deve preoccuparsi, non se ne farà niente, non cambiamo l’articolo 192 del Codice di procedura penale”.

Un’affermazione che, con ogni probabilità, il Guardasigilli decide di “spendere” a inizio partita, nel tentativo di “ammorbidire” la posizione del Capo dello Stato sugli altri spinosi argomenti. Licenziato, infatti, senza problemi il punto che riguarda il ddl Valentino, i due interlocutori passano alla discussione sul “legittimo impedimeto”. A Napolitano non piace particolarmente, ma pare suggerire al ministro Alfano l’idea che finirà per firmarlo. Due sono, però, le condizioni poste dal Capo dello Stato: il testo non dovrà presentare ulteriori “appesantimenti” al Senato e dovrà, inoltre, essere studiata e definita la destinazione futura a cui intende approdare.

Il “legittimo impedimento” è, infatti, una legge ponte che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe traghettare verso un nuovo Lodo Alfano approvato questa volta per via costituzionale. Certo, le perplessità del presidente della Repubblica sul provvedimento non sono poche e Napolitano approfitta del confronto con Angelino Alfano per illustrarle tutte. 

A non suscitare il vivo entusiasmo del preseidente è, innanzittutto, la natura temporanea della norma, poi l’impedimento che può arrivare fino a sei mesi (Napolitano preferirebbe si limitasse a 3) e l’autocertificazione emessa dalla presidenza del Consiglio (in pratica il premier che si certifica da sé la validità dell’impegno che gli impedisce di presentarsi in tribunale). Senza considerare la ridotta libertà riconosciuta al giudice che provocherà, secondo Napolitano, un ulteriore inaspimento dei rapporti tra la maggiornaza e l’Anm.

Nervi scoperti che, però, non dovrebbero ostacolare il definitivo disco verde da parte Colle, nel caso in cui il testo venisse approvato sia dalla Camera che dal Senato. Ben altra posizione il Capo dello Stato manifesta, invece, per il “processo breve“, per il quale non lascia trapelare alcuno spiraglio. Napolitano rimarca anzi la sua posizone a sostanziale difesa dei giudici che definiscono il ddl un grave attentato alla giustizia nazionale e lo licenziano come l’ennesima iniziativa di un governo orientato a firmare leggi ad personam a esclusiva tutela del premier Berlusconi.

L’invito finale di Giorgio Napolitano, consegnato ieri al Guradasigilli, è quello di avviare nuove norme, in materia di giustizia, in un quadro di riforma complessiva ed equilibrata. Un appello che il presidente della Repubblica rivolge sia al governo che ai magistrati, nel tentativo di abbassare i toni della costante polemica a favore di un confronto sereno e costruttivo.

“Si è trattato di una conversazione sulle prospettive future della riforma della giustizia – ha spiegato il ministro Alfano, appena uscito dal Quirinale – improntata come sempre a una chiara e leale collaborazione“. Il Guardasigilli è soddisfatto, la giornata ha portato risultati positivi. Il “legittimo impedimento” è stato approvato alla Camera e si incammina, senza troppi timori, al Senato. E anche dal Colle arrivano messaggi positivi. Tanto quanto basta per spingerlo a impugnare tempestivamente il cellulare per informare in tempo reale il presidente Silvio Berlusconi sugli ultimi successi centrati.

Maria Saporito

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