Home Cultura L’Italia ricorda Godard per i suoi 80 anni

L’Italia ricorda Godard per i suoi 80 anni

In Italia il 2010 sarà l’anno di Jean Luc-Godard: il grande regista compie 80 anni e le iniziative per ricordarlo si moltiplicano. A dare il via è stata Udine: la città ha iniziato con una rassegna dei suoi film e proseguirà domani e sabato con un convegno internazionale di studi. La seguirà a ruota Bologna: la Cineteca sta organizzando una retrospettiva che sarà inaugurata oggi con un concerto a lui dedicato. Retrospettiva che il Museo del cinema porterà a Torino il dieci, alla presenza di Jean Douchet, una delle firme storiche dei «Cahiers du Cinéma», la rivista su cui si è formato il Godard critico. Iniziative che valgono ancora di più se si pensa che persino in Francia, il Paese in cui è nato e dove ha a lungo vissuto, hanno rinunciato all’idea di allestire un omaggio per i suoi 80 anni: grande è infatti la difficoltà di ricostruire una produzione frammentaria e contraddittoria, dispersa nei mille rivoli di un’incessante inquietudine intellettuale.

Nato a Parigi il 3 dicembre 1930 in una ricca famiglia di origine elvetica, Jean-Luc Godard sfugge agli orrori della guerra passando l’adolescenza in Svizzera. Torna a Parigi soltanto nel 1948, per frequentare il liceo e studiare alla Sorbonne. Proprio durante gli anni dell’università, inizia a frequentare i cineclub del Quartiere latino e lì conosce François Truffaut, Jacques Rivette e Erich Rohmer. Nel 1950, fonda insieme a Rivette e Rohmer la «Gazette du cinéma», cinque edizioni tra maggio e novembre, dove scrive recensioni firmandosi con lo pseudonimo di Hans Lucas. Nel 1952 inizia a collaborare, come critico e saggista, con i «Cahiers du cinéma» e nel frattempo realizza alcuni cortometraggi.

Godard è il più grande sperimentatore del cinema del Novecento già a partire dal suo esordio, con il lungometraggio «Fino all’ultimo respiro», che nel 1960 diventa uno dei manifesti dell’allora nascente «Nouvelle Vague». I suoi film sconvolgono i canoni abituali del cinema narrativo, ma non si tratta di uno sconvolgimento a effetto, bensì di una sottile critica del cinema tradizionale. Le opere successive continuano a far discutere: «Le petit soldat» (1960) è accusato di qualunquismo e proibito dalla critica francese per due anni; «La donna è donna» (1961) è un bizzarro documentario a episodi che divide pubblico e critica. Nel 1962 Godard realizza «Questa è la mia vita» e vince il Premio speciale della giuria al Festival di Venezia. Fino a questo momento i suoi film si interrogano ossessivamente sullo stesso tema: tutti si chiedono quale sia il significato ultimo dell’opera cinematografica e mettono in discussione la funzione stessa del mezzo cinema. Ma presto la sua poetica si evolve, cresce, cerca nuovi spunti di narrazione. Nascono così «Il disprezzo» (1963) ispirato a un romanzo di Moravia e, nello stesso anno, Ro.Go.Pa.G., film a episodi frutto della collaborazione tra Godard, Roberto Rossellini, Ugo Gregoretti e Pier Paolo Pasolini.
Fino al 1968 Godard, passando dalla critica alla regia, contribuisce come pochi a svecchiare il cinema spettacolare, a farne uno strumento provocatorio di indagine della realtà. La conseguenza di questo atteggiamento non può che essere l’adesione ai nuovi movimenti politici alla base della contestazione studentesca: con «La gaia scienza» (1968), violenta e amara critica alle istituzioni della società borghese, il regista esamina le possibilità rivoluzionarie del cinema e inaugura la sua fase militante, che prosegue con «Amore e rabbia» (1969) e si conclude con «Crepa padrone, tutto va bene» del 1972, analisi della classe intellettuale dopo i cambiamenti e le inevitabili delusioni del Sessantotto.

Nel 1982 Jean-Luc Godard riceve a Venezia il Leone d’oro alla carriera e l’anno successivo, sempre al Lido, ottiene il Leone d’oro per il miglior film grazie a «Prénom Carmen», che gli regala il primo grande successo di pubblico. Con il mistico «Je vous salue, Marie» (1985), Godard è di nuovo al centro delle polemiche con l’accusa di aver portato sullo schermo un film blasfemo e irriverente. Nel 1990, realizza «Nouvelle Vague», lo infarcisce di citazioni e tenta di riportare l’immagine ai suoi significati più profondi. Nove anni più tardi torna dietro la macchina da presa per raccontare i momenti che scandiscono una relazione d’amore in «Eloge de l’amour», ambientato negli anni della guerra e della resistenza. Il suo ultimo film, «The old place» (2002), è presentato fuori concorso alla 55ª edizione del Festival di Cannes. Una produzione, la sua, che conta più di 70 titoli. Una personalità tra le maggiori del cinema di ieri e di oggi.

Maria Elena Tanca