Home Esteri: Ultime notizie dal Mondo Buddisti “buoni” e “cattivi” nel confronto Cina-USA

Buddisti “buoni” e “cattivi” nel confronto Cina-USA

L’agenzia di stampa Xinhua ha riportato l’incontro tra Jia Qinglin, alto rappresentante del governo della Repubblica Popolare Cinese, e Chuan Yin, nuovo leader dell’Associazione buddista cinese.

Già alla guida dell’Associazione buddista di Pechino, Chuan Yin è stato recentemente eletto presidente dell’organizzazione a livello nazionale. Nell’incontro con i maggiori esponenti di questo gruppo Jia Qinglin ha chiesto di contribuire all’unità del Paese, proteggendone la stabilità politico-sociale.

L’immancabile riferimento alla costruzione di una società armoniosa, parola d’ordine nella RPC, è stato accompagnato dal riferimento agli sforzi compiuti dalle autorità cinesi per sviluppare l’educazione buddista. Anche l’undicesimo Panchen Lama, vice presidente dell’Associazione buddista, nella cerimonia di chiusura ha affermato di voler avere un ruolo attivo nella costruzione di una Cina “armoniosa” e di credere nel parallelo sviluppo del buddismo tibetano e del socialismo.

Le cordiali foto di rito tra i due protagonisti, insieme ai delegati convenuti a Pechino, hanno suggellato l’ottava conferenza nazionale dell’Associazione buddista.

Chuan Yin e Jia Qinglin a Pechino (foto Xinhua-Li Xueren)

Leggendo questo resoconto sembrerebbe che il sol dell’avvenire splenda su tutti i buddisti del Celeste Impero. È opportuno, però, chiedersi che cosa si intenda con promozione del buddismo in Cina e quanto siano rappresentativi questi delegati. Quest’ultima domanda è la stessa che si può fare nei confronti dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, ma nel caso dei buddisti la questione religiosa è complicata dalle rivendicazioni tibetane per una maggiore autonomia. Jia Qinglin, infatti, ha sottolineato la fondamentale importanza dell’unità nazionale, da difendere contro qualsiasi separatismo etnico.

Che il governo di Pechino guardi con attenzione al Tibet, area fondamentale dal punto di vista geopolitico e per le risorse naturali, è dimostrato dalla reazione del governo cinese rispetto a un possibile incontro tra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Dalai Lama.

Le autorità di Pechino si oppongono a qualsiasi incontro del Dalai Lama con rappresentanti di governi stranieri, nel timore che ciò possa suonare come un riconoscimento di un suo ruolo ufficiale come esponente del governo tibetano.

L’avvertimento cinese non è stato fatto con allusivi giri di parole, bensì con dure dichiarazioni pubbliche. Il “grande freddo” nei rapporti tra USA e RPC, già sceso con le dichiarazioni di Hillary Clinton in difesa della libertà del web, si era decisamente rafforzato dopo la recente decisione americana di dare a Taiwan forniture militari pari a 6,4 miliardi di dollari.

Il portavoce del Ministero degli esteri della RPC critica la vendita di armi a Taiwan

Il terreno degli scontri tra i due “pesi massimi” della scena internazionale si gioca sul tema dell’accesso alla Cina, in senso virtuale quando si discute della libera circolazione in Internet, in senso concreto quando si discute di due zone molto diverse tra loro: il Tibet, una delle cinque regioni autonome della RPC, e lo stato indipendente di Taiwan. Pechino le ritiene parti integranti della RPC, di fatto o nella sostanza, e ha riformulato un concetto made in USA: come gli Stati Uniti affermavano di non volere nessuna ingerenza straniera nel loro “cortile di casa” (cioè l’America latina), oggi è Pechino che non vuole rivali in Asia orientale.

 

Laura Denaro