Contraddittorio Zaia: “No al nucleare in Veneto”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:05
Il ministro alle Politiche agricole e candidato Pdl alla regione Veneto, Luca Zaia

Il ministro alle Politiche agricole Luca Zaia – di cui abbiamo già parlato relativamente al suo appoggio ad un’operazione commerciale della McDonald’s – torna con una nuova affermazione, destinata a suscitare molte polemiche. Questa volta però lo fa non in veste di Ministro, ma in veste di candidato presidente alle prossime elezioni regionali del Veneto, per la coalizione Pdl – Lega.

Tale affermazione riguarda uno dei temi più discussi di questi ultimi mesi, ossia la decisione del Governo di riaprire le centrali nucleari in Italia. Durante un’intervista al Corriere della sera, infatti, Zaia ha affermato: “il nucleare può essere una strada”, ma “il Veneto la sua parte l’ha già fatta“. Con “il rigassificatore al largo delle sue coste, e con la riconversione al carbone di Porto Tolle, da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo”.

Non è tutto. A chi lo ha incalzato chiedendo “e se il Governo le chiedesse di mettersi una mano sul cuore?”, il ministro ha risposto: “Il Veneto la mano sul cuore la mette da sempre. Questo però non significa che continueremo a farlo. Prima dovremmo vedere con dati inoppugnabili che non ci sono alternative in tutte le Regioni in cui il bilancio energetico è negativo. E anche allora, io manterrei le mie più totali perplessità“.

Affermazioni sorprendenti, che rischiano di creare nuove incomprensioni – le ennesime – tra Pdl e Lega. Il fatto che siano state pronunciate da un esponente della maggioranza di Governo, rende il senso di queste frasi incomprensibile e contraddittorio: quando si parla di tornare al nucleare in tutta Italia Zaia è d’accordo, ma quando si tratta di farlo a casa sua è contrario?

Sia chiaro, è evidente che Zaia – a caccia di voti nella sue regione – deve puntare su alcune affermazioni ad effetto per convincere ulteriormente un elettorato già a base fortemente leghista. Tuttavia, a vederla meglio, dalle sue parole sembrerebbe trapelare un certo scetticismo nei confronti del nucleare come soluzione energetica.

A prescindere da ciò, comunque, resta l’assoluta condivisibilità riguardo l’idea che tutte le regioni italiane debbano contribuire allo stesso modo alla produzione energetica del Paese. Ma se davvero il ministro Zaia non vuole vedere centrali nucleari spuntare come funghi, perché non fa pressioni sul Governo per una riconversione energetica di tipo eolico e fotovoltaico (soprattutto al Centro-Sud, ricco di queste risorse)? Dovremmo forse dedurne che se apre una centrale nucleare al di sotto del Po non è un problema suo?

Il tutto suona ancora più ridicolo, se si considera che un ministro alle Politiche agricole dovrebbe essere consapevole dei danni provocati dal nucleare all’agricoltura (si veda la voce: frutta e ortaggi insolitamente grandi, dal colore lucido e senza sapore). Fatte queste considerazioni, le affermazioni del ministro Zaia non suonano molto sensate.

L’8 e 9 novembre del 1987 gli italiani si espressero chiaramente, attraverso un referendum abrogativo, sulla chiusura delle centrali nucleari. Ora il Governo ha dovuto fronteggiare un’emergenza effettiva, quella energetica: ma non sembra abbia tentato tutte le strade prima di calpestare una decisione diretta del popolo, come quella appunto del referendum del 1987. Per comprendere questo discorso, oltre alle precedenti valutazioni sull’eolico e sul fotovoltaico, basta riflettere sul discorso rifiuti.

Tutti i lettori ricorderano l’emergenza rifiuti in Campania. Non tutti però ricorderanno che all’epoca l’Italia pagò ben 80 milioni di euro alla Germania per smaltire i rifiuti in eccesso. I tedeschi – da sempre più furbi ed efficienti di noi – pensarono bene di ricavarne energia attraverso lo smaltimento, ottenendo così un doppio guadagno dai nostri stessi rifiuti. Non ci vuole un genio per capire quale sarebbe anche per noi la soluzione più semplice, utile ed economica.

Come se non bastasse il Governo Berlusconi, con il decreto legislativo 387/2003, ha stabilito che l’energia dei termovalorizzatori è assimilabile a quella delle fonti rinnovabili, sbarrando ulteriormente la strada ad una riconversione energetica: in questo modo, infatti, gran parte dei soldi del CIP6 (la tassa a favore delle energie rinnovabili) è finita nelle tasche dell’Enel e dei proprietari di inceneritori.

Alla luce di tutte queste considerazioni sembrano ancora più paradossali le affermazioni di Zaia, che sembrano suggerire una distribuzione diseguale di centrali nucleari nel territorio italiano. Si arriverebbe così ad avere da una parte un Veneto “immacolato” (stando ai desideri del ministro) e dall’altra zone d’Italia “contaminate” dalla presenza di numerose nucleari in pochi chilometri. Come quella di chi vi scrive, ad esempio, che risiedendo nel basso Lazio (provincia di Latina) si troverebbe ad essere stretto nella morsa di due centrali poco distanti: quella di Borgo Sabotino e quella del Garigliano. Quest’ultima, tra l’altro, identificata dal Governo come sito “ideale” per lo smaltimento delle scorie radioattive.

La Storia e le scelte personali sono due elementi inscindibili: si incontrano, si scontrano, si incrociano, e portano in alcuni casi a delle contraddizioni insanabili. Come a quella del ministro Zaia, favorevole in sede di Governo all’apertura delle centrali, ma contrario ad aprirne nella sue regione. O come quella dei miei genitori e dei miei conterranei (e di molti altri italiani) che nel 1987 hanno democraticamente votato per la chiusura delle centrali, ed ora si trovano stretti nella morsa del nucleare.

Roberto Del Bove

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