(In)sicurezza negli aeroporti italiani: cosa succede a Hong Kong?

Dalla Cina con… – Appunti, idee e commenti sul Celeste Impero nel nuovo millennio

Il servizio di Tommaso Cerno, giornalista de L’espresso, sulle macroscopiche carenze nelle misure di sicurezza a Fiumicino fa riflettere sulla discrepanza tra le dichiarazioni d’intenti delle autorità italiane subito dopo il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit del 25 dicembre scorso e la realtà quotidiana degli scali nel nostro Paese.

Che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” è risaputo. Qualche lettore, infatti, ha commentato con ironia che lo scoop non è così eccezionale. Qualche passeggero, memore delle code per il controllo dei bagagli e della propria persona, soprattutto per i voli verso gli Stati Uniti, si sarà pentito di non essere partito col favore nella notte.

Il giornalista, infatti, ha iniziato il suo viaggio tra i buchi nella sicurezza di Fiumicino dopo l’una, tra postazioni e accessi incustoditi, allarmi che suonano senza che nessuno intervenga.

Passeggeri a Fiumicino (foto di Ronald Zúñiga)

Non mancano i commenti critici su “Bomba Fiumicino”. C’è chi ricorda che le postazioni dotate di metal detector sono controllate ogni mattino, chi scrive che il giornalista ha visitato aree comuni, senza attraversare varchi “sensibili”. In sintesi, c’è chi pur ammettendo carenze organizzative, ritiene che ci sia un eccessivo allarmismo che agiterebbe inutilmente la popolazione.

In questa polemica mi soffermerei su due aspetti. Chi parla, a torto o a ragione, dell’allarmismo suscitato dai mass media, dovrebbe rileggere le dichiarazioni dei politici italiani rilasciate poco tempo fa. A che serve parlare di body scanner e di tecnologie avveniristiche, se manca il personale per la normale amministrazione?

In secondo luogo, un aeroporto internazionale è una sorta di biglietto da visita verso il mondo. Se anche scali di nuova costruzione o recentemente ristrutturati diventano un luogo dove è difficile arrivare, orientarsi, ritrovare (intatti) i propri bagagli, che impatto avrà sullo straniero che arriva in Italia?

Da parte mia, penso a cosa ho provato passando dall’aeroporto di Malpensa a quello di Hong Kong. Check-in efficienti, controlli accurati e ripetuti (computer compresi), il modulo da compilare per il dipartimento dell’immigrazione unito a quello per l’influenza suina, bagagli da ritirare previa consegna del proprio scontrino, una mini-metro che collega la pista all’aeroporto a sua volta ben collegato grazie a strade e, soprattutto, alle frequenti e puntuali corse della MTR, la metropolitana locale.

Hong Kong International Airport (foto by Sengkang)

Ammetto di aver avuto qualche sussulto compilando i moduli in aereo. Devo scrivere che ho la nausea da mal d’aria o farmi guardare con sospetto alla dogana? Qual è il numero civico del mio alloggio a Hong Kong? Dove sarò nei prossimi sette giorni? E intanto ingoiare fantozzianamente tante caramelle balsamiche per frenare la tosse, eredità dell’allergia all’ambrosia, cercando sul dizionario le traduzioni per i miei vari malanni.

Forse questi controlli sono un po’ eccessivi, ma un’aristotelica via di mezzo tra l’aeroporto “all’italiana” e quello di Hong Kong si può trovare.

 

Laura Denaro