Home Interni: Scopri cosa accade Oggi in Italia Ultime notizie di Economia Le multinazionali lasciano l’Italia

Le multinazionali lasciano l’Italia

Nel panorama della globalizzazione, le grandi imprese multinazionali tengono conto del costo della manodopera e dei costi di distribuzione dei prodotti per localizzare le loro sedi produttive. In questo panorama come si colloca l’Italia? Quanto conviene alle aziende utilizzare manodopera italiana e quanto il mercato interno dei beni rende conveniente stabilire la produzione all’interno del nostro paese?

Un’interessante analisi pubblicata su La Repubblica traccia un panorama poco consolante per l’Italia, affermando che diverse aziende multinazionali stanno chiudendo le loro sedi nel nostro paese. Non si tratta solamente di imprese estere, come ad esempio l’Alcoa e la Glaxo (che in questi giorni ha minacciato di chiudere), ma anche di grandi realtà con casa madre italiana come la Fiat che, come è noto, ha deciso di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese a causa degli alti costi di produzione, in primis, della manodopera, e poi di distribuzione dei prodotti.

L’Alcoa, che lavora l’alluminio, ha deciso di chiudere i battenti in Italia lamentando il costo eccessivo dell’energia, mentre la Glaxo, un colosso britannico della farmaceutica, dismetterà il settore della ricerca nel campo delle neuroscienze. Questo comporterà la chiusura del centro di ricerca di Verona, con 500 addetti ma anche del suo stabilimento in Inghilterra, mettendo in bilico 1.200 posti di lavoro.

Altri esempi sono quelli della Yamaha, che chiuderà lo stabilimento di Lesmo, vicino a Monza, per spostarsi in Spagna, o quello della Nokia, che trasferirà il centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas. Ma l’elenco potrebbe continuare, ad esempio, con numerose multinazionali farmaceutiche.

Ben più noto è il caso di Termini Imerese, per cui la Fiati dice che si produce in perdita, quantificando i mancati guadagni in 1.000 euro per ogni vettura.

Accanto al problema delle chiusure si affianca quello della bassa percentuale di investimenti eteri in Italia. Solo il 16 per cento del Pil è prodotto infatti da aziende straniere che operano nel nostro paese, mentre la media europea è del 40 per cento.

Come si possono frenare queste chiusure? Quali sono i poteri dei governi nazionali nel cercare di mediare con le aziende che hanno centri decisionali dislocati in tutto il globo? Uno dei problemi è che non esistono spazi concertativi che permettano di aprire tavoli di trattative per cercare di riconvertire le produzioni o di fermare le chiusure. Non esiste, infatti, la possibilità di interloquire con manager che operano soprattutto all’estero e il risultato per il nostro paese è quello dell’aumento dei disoccupati, che nel caso delle multinazionali che chiudono, è quantificabile in decine di migliaia di unità.

Un altro aspetto interessante è rappresentato dalla qualifica dei lavoratori in esubero. In molti casi, infatti, non si tratta di operai o lavoratori con bassa qualifica, ma, negli stabilimenti che chiudono, gran parte delle risorse umane è costituita da impiegati o da lavoratori con alta professionalità, che sono difficilmente ricollocabili sul mercato del lavoro, poiché necessitano di programmi di formazione mirati.

Insomma, l’Italia, non solo pare poco attrattiva per le multinazionali, ma sembrerebbe esposta alla concorrenza di altri paesi con minore costo del lavoro e che offrono condizioni di insediamento migliori delle nostre.

Elena Meurat