Ciancimino jr e Berlusconi: l’occasione per fare chiarezza

All’indomani delle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il Paese non poteva rimanere in silenzio. Le accuse inanellate dal figlio di Don Vito profilano scenari preoccupanti che non possono non scatenare reazioni forti sia che le si voglia liquidare come incresciose ingiurie sia che, piuttosto, ci si senta disposti a prenderne in considerazione leventuale veridicità.

E’ quanto effettivamente successo; Massimo Ciancimino ha buttato il sale su una ferita nazionale che fatica a cicatrizzarsi e che adesso rischia di incancrenirsi a causa delle facili diagnosi emesse dai detrattori e dai sostenitori di Silvio Berlusconi. In modo maldestro e precipitoso.

Alle dichiarzioni di Ciancimino jr sono seguite le immediate reazioni del mondo politico. Una levata di scudi compatta da parte della maggioranza con il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in prima fila che parla di “agguato al governo“. “Non vorrei – ha argomentato il Guardasigilli – che ci fosse un tentativo di delegittimare l’azione di un governo che combatte la mafia. Quando la mafia vuole contrastare i suoi avversari non sceglie la via dell’assassinio fisico ma quella della delegittimazione e il governo Berlusconi – ha sottolineato Alfano – ha fatto con le leggi l’esatto contrario di quello che prevede il papello di cui tanto si parla”.

Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco mafioso “non stanno né in cielo né in terra“, mentre Marcello Dell’Utri, il senatore Pdl chiamato direttamente in causa durante la testimonianza di Massimo Ciancimino, annuncia querela nei confronti di una persona che non fatica a bollare come “folle totale”.

Non ha dubbi anche il coordinatore del Pdl, Sandro Bond: per lui la testimonianza resa da Ciancimino è solo l’ultima sciagurata puntata di un “disegno politico” ordito ai danni del presidente del Consiglio. “Immancabilmente – ha spiegato il ministro dei Beni culturali – alla vigilia di ogni elezione assistiamo a una nuova ondata di fango, calunnie e teoremi tanto fantasiosi quanto falsi”.

E l’opposizione? “Ritenere che Forza Italia sia un prodotto della mafia – ha commentato il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini – significa non solo offendere milioni di elettori, ma soprattutto falsificare profondamente la realtà. Non ha futuro un Paese in cui la politica si fa usando queste armi”. Il Pd affida, invece, il suo commento alla cautela di Andrea Orlando, responsabile Giustizia del partito: “Lasciamo lavorare la magistratura – ha detto – che saprà discernere nelle dichiarazioni di Ciancimino e restituirci un quadro certo su uno dei momenti più difficili e opachi della nostra storia recente”.

Una posizione assimilabile a quella del portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero. “Queste dichiarazioni – ha sottolineato in riferimento alle testimonianze rese da Ciancimino jr – vanno naturalmente riscontrate nel modo più scrupoloso da parte della magistratura, ma certo sono inquietanti e preoccupanti. Da cittadini vogliamo sapere da chi siamo governati”.

Chi, invece, manifesta una completa disponibilità ad accogliere le accuse del figlio di Don Vito come rispondenti al vero è l’Idv. “Non è solo Ciancimino che lo dice – ha ricordato Di Pietro – ma sono in tanti. La colpa non è di Ciancimino, che riferisce dei fatti e consegna documenti, ma molto probabilmente del braccio destro di Berlusconi, Dell’Utri, che è stato condannato seppure in primo grado”.

Una sentenza severa attraverso la quale il leader dell’Idv rinnova la sua scarsa opinione del governo guidato da Silvio Berlusconi che definisce “paramafioso”.

The day after, anche la stampa si divide sul caso giudiziario di incontrollabile portata mediatica, firmado editoriali che ricalcano con precisione il fortissimo “dualismo” che attraversa il Paese. Tra chi individua nelle accuse di Massimo Ciancimino l’ultimo episodio di una sagra dissacrante e ignobile che ripercorre il modello del disegno politico ordito ai danni di Giulio Andreotti qualche tempo fa, e chi, invece, denuncia e protesta contro l’evidenza di fatti spaventosamente imbarazzanti e compromettenti.

Tra le analisi più lucide, a nostro modesto parere, quella tentata da Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica: “In questo conflitto – ha scritto – da un lato una banda di assassini; dall’altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo nonostante le sue opacità, non c’è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull’inizio di una storia imprenditoriale e sull’incipit di un romanzo politico“.

È giunto il tempo ha concluso D’avanzo – che questo conflitto sia affrontato all’aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico”.

Maria Saporito