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Idv dal mal di pancia all’ulcera: l’amarezza di De Magistris

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In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Luigi De Magistris parla del congresso dell’Idv appena concluso. Per la precisione del primo congresso del partito di Di Pietro, quello costituente, attraverso il quale si doveva definire con puntualità la struttura del partito, fornirgli la linea politica generale e affermarne i valori di riferimento.

Da questo punto di vista, il primo passo dell’Idv partito è una specie di fallimento. In pratica non è cambiato niente: Di Pietro è sempre presidente, non c’è un segretario, De Magistris non ha la tessera del partito. Dal punto di vista dei valori, la questione morale, su cui tanto aveva puntato Di Pietro, cade in secondo piano in vista del realismo politico del confermato presidente, che accetta la candidatura dell’inquisito De Luca “per non lasciare la Campania in mano alla Camorra”. Tonino parla dei mal di pancia che non sono l’unico sintomo da intercettare politicamente, che bisogna creare l’ “alternativa” per un progetto di lungo corso, senza fornire un programma vero e proprio. Poi i mal di pancia arrivano anche dal fronte interno (vedi De Magistris) e dai giornalisti amici (vedi Travaglio) che proprio non ci stanno ad accettare la candidatura di De Luca. Però si deve affermare il nuovo, l’ “alternativa” e Di Pietro non può sottrarsi e dalla sera alla mattina si inventa le politiche sul lavoro, sull’ambiente, l’alleanza a sinistra, senza entrare nello specifico di niente. Se il primo congresso serve a trasformare un movimento in partito politico, l’Idv entra di prepotenza nello scacchiere politico italiano: approssimazione e primo tradimeto dei valori del movimento.

Parlando del caso De Luca e dell’outing imposto da Di Pietro al candidato per la Campania, De Magistris sottolinea come “i processi si fanno nelle aule di Giustizia non ai congressi” e ha certamente ragione, ma la realpolitik di Di Pietro non può fare sottigliezze, il movimento sì, il PARTITO non può. Come non può rifiutare l’alleanza nelle Marche con Pd e Udc che ha chiesto la fuoriuscita della sinistra presente nel Governo uscente.

De Magistris si dice “amareggiato” per le decisioni di Di Pietro, lasciando trasparire una certa sorpresa per il cambio di rotta del presidente. Questo però è il risultato cui si giunge quando si crede che un partito possa essere inventato e non costruito, quando si passa dall’unico punto in programma (la questione morale) alla definizione di un programma per chiari obblighi di agenda. Un congresso si prepara su ciò che è stato fatto, sulle basi di una precedente azione politica, non su un’estrinseca affermazione di punti e temi assodati della politica, non introiettati e non posseduti, sui quali si fa cadere per magia l’appellativo di “alternativa“. Il risultato è proprio la sconfessione del cammino fatto fino a quel momento, l’amarezza di chi ci crede per davvero e gli arzigogoli dialettici del presidente che deve difendere scelte indifendibili.

L’idv era nato per difendere la giustizia e per monitorare la sua applicazione, diventa PARTITO e cambia tutto, paradossalmente – ma neanche troppo – senza che al suo interno cambi nulla: Di Pietro è sempre il padre padrone che prende decisioni da solo, sintomo questo, di un’intrinseca fisionomia accentratrice rimasta per lo più latente e che ora si esplicita nelle prime decisioni politiche del partito.

Quello che accade, si può aggiungere, quando presa un’idea che interpreta e parte dai bisogni della società civile – giusto modello di costruzione di un movimento o di un partito politico – si prova a sostituirsi a quei bisogni anticipandoli, anteponendo la ragione del PARTITO o del suo presidente a quella della realtà, imponendo dall’alto programmi e scelte.

Una latenza che appare evidente quando, a una domanda di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, Di Pietro comincia la sua risposta dicendo: “io sono un partito“, correggendosi immediatamente nel più corretto e politicamente sobrio “il partito che io rappresento”.

Simone Cruso

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