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Emilio Fede, faccia di plastica. Libero di dire sempre ciò che pensa

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Emilio Fede. Un nome, un personaggio. Un protagonista del nostro tempo, certo. Simbolo di ciò che siamo, di ciò che rappresenta la nostra società della Comunicazione. Qualcuno, per la verità molti, direbbe che è il simbolo assoluto della faziosità, ma lui replica serafico: “Bisogna essere capaci di essere faziosi, di essere ruffiani. Non tutti sanno farlo.”

Ospite da Chiambretti Night, il giornalista siciliano siede rilassato mostrando il suo volto stirato dalla mano  del chirurgo, come quella di una prima donna stagionata, incapace di arrendersi all’avanzare dell’età, e discute di tutti gli argomenti sottoposti da Chiambretti. Non manca naturalmente il classico riferimento a Berlusconi, vero amore del giornalista. Al solo nominarlo gli si illumina lo sguardo. Non mancano anche le frecciate velenose per tutti i colleghi giornalisti, da Vinci di Matrix, di cui fa finta di ignorare l’esistenza, a Giorgio Bocca, definito amichevolmente come un vero opportunista.  Persino Fabio Fazio, chiamato in causa viene liquidato come un bravo “imitatore”, anche se un po’ ingrato, come tutti quelli che remano contro il suo leader maximo intoccabile. Il nome di Craxi invece rievoca in lui l’ombra del ricordo e dell’emozione, dicendo di conservare ancora una storica foto che li ritraeva insieme, nel suo studio.

Si può odiarlo, si può deriderlo, chiamarlo “sciupone l’africano” o “ammogliato speciale”, ma di certo non passa inosservato. Il suo modo di comunicare è diretto, trasparente. Ciò che si vede, è quello che è. Poche persone possono permetterselo nel mondo della televisione, al giorno d’oggi.

Piero Chiambretti in tema di comunicazione diretta, non è da meno e punzecchia il suo ospite con grande maestria: “Cosa ti manca per essere come Bruno Vespa?”, rincarando, “Lo sai che oggi Berlusconi è andato a presentare l’ultimo libro di Vespa?” Fede, sorride e risponde ammiccando: “Ma perchè Vespa scrive libri?” E poi, “No, ma noi siamo amici.” E nicchia con lo sguardo,  “Insomma” Poi ritorna serio: “Bruno è un uomo che conduce bene, è sempre in trincea. Si nasce cronista e si resta cronisti. Lo dico sempre ai miei giornalisti.”

Quando si parla di attentati citando l’esperienza di 3 anni fa che lo ha visto destinatario di un pacco bomba recapitato nella sua redazione milanese del telegiornale, torna serio, ma giusto per qualche minuto, per poi tornare alla battuta facile e al sarcasmo spinto.

Come si dice in questi  casi? Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

Paola Ganci

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