Il Giappone “urla” banzai, la Cina accetta la sfida (economica)

Il Presidente cinese Hu Jintao e il Primo ministro giapponese Yukio Hatoyama (Xinhua/Li Tao)

Molti analisti avevano previsto che nel 2009 l’economia cinese avrebbe superato quella nipponica, invece il Paese del Sol Levante è riuscito a difendere il suo secondo posto alle spalle degli Stati Uniti e davanti alla Repubblica popolare cinese.

I dati recenti e le prospettive future, comunque, non sono privi di contraddizioni.

Gli ultimi dati sul prodotto interno lordo giapponese sono stati superiori alle attese, grazie alle esportazioni verso gli altri Paesi asiatici, alla forza dello yen rispetto al dollaro americano e al renmimbi cinese, alla crescita della domanda interna e alle misure per fronteggiare la crisi economica adottate dal governo. Tuttavia i giapponesi non si illudono e i loro “dirimpettai” non si scoraggiano.

Oggi l’agenzia di stampa ufficiale cinese, Xinhua, non a caso riportava le dichiarazioni del portavoce del governo giapponese, Hirofumi Hirano, poco incline a ottimistiche previsioni sul trend economico del Paese.

Anche il ministro delle finanze Naoto ha espresso un punto di vista prudente, non privo di un certo spirito poetico. “Anche se c’è un bagliore di luce che splende tra le nubi, non possiamo essere soddisfatti” ha affermato Naoto.

Pure il primo ministro Hatoyama non si è sbilanciato, anche perché un secondo pacchetto di misure economiche per rilanciare l’economia è in discussione in Parlamento, da cui il mese scorso ha già avuto un voto positivo per altri provvedimenti.

Sembra che i politici giapponesi stiano seguendo un modello avviato da Koizumi, il “Richard Gere” del partito liberal-democratico che aveva suscitato grandi speranze di rinnovamento tra i giapponesi. Dopo lo scoppio della baburu economy, la bolla speculativa gonfiata da speculazioni sui prezzi degli immobili e sul mercato azionario (ricorda qualcosa?), tanti politici giapponesi avevano rilasciato dichiarazioni tranquillizzanti. Koizumi, premier dall’aprile del 2001, invece aveva esordito parlando della necessità di profonde riforme e di sacrifici.

Ad ogni modo, gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale sulle previsioni di crescita nel biennio 2010-2011 del Giappone (+1,7% e +2,2%) e della Cina (+10% e +9,7%) inducono a credere che il passaggio del testimone sia rinviato solo di poco.

Considerando le insufficienti capacità di analisi dimostrate in passato da grandi organismi internazionali ed economisti e, soprattutto, che il futuro di un Paese e del mondo non si può riassumere solo in Pil e indicatori affini, la partita di una crescita reale, duratura e condivisa resta comunque aperta. E non solo tra Cina e Giappone.

L. Denaro