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L’addio di Achille Toro alla magistratura

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Tecnicamente si chiama “rivelazione del segreto d’ufficio”, nella pratica è l’accusa più infamante che possa investire un magistrato, ovvero quella di aver trasmesso informazioni e avvertimenti a persone indagate nel corso degli accertamenti. Ma a rendere ancora più pesante il “macigno” piombato sul procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro è il coinvolgimento del figlio Camillo, anche lui iscritto sul registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sui lavori del G8 alla Maddalena.

Ieri la dolorosa decisione di dire addio alla magistratura, trasmessa attraverso una lettera al Csm, al ministro della Giustizia e al procuratore capo di Roma. “Volendo essere libero di difendere l’onorabilità mia e di mio figlio, in ogni sede – ha iniziato Toro – e nel contempo desiderando di eliminare ogni ragione di imbarazzo per l’ambiente di lavoro, con grande rammarico ma con animo sereno, dichiaro di volermi dimettere dall’ordine giudiziario con effetto immediato”.

Una richiesta a cui gli organi competenti non hanno potuto opporre alcuna resistenza, avendo Achille Toro abbondantemente superato i 40 anni di servizio e avendo maturato il massimo dell’anzianità professionale. Nato a Napoli 69 anni fa, l’ex procuratore aggiunto di Roma è entrato in magistratura nel 1969; nel corso della sua decennale carriera si è occupato di indagini importanti e delicate. Tra tutte il crac Cirio, il cosidetto Laziogate e l’indagine sulla scalata alla Bnl.

Anche quel procedimento segnò in modo significativo il percorso professionale di Toro, procurandogli un’altra ipotesi di accusa (sempre per rivelazione del segreto d’ufficio) insieme a Giovanni Consorte; il procedimento venne archiviato ma Toro fu costretto a dimettersi dalla presidenza di Unicost, la corrente maggioritaria in magistratura.

Qualche giorno fa (era il 10 febbraio), raggiunto dalla notizia dei sospetti su di lui e in seguito alla perquisizione subita dal figlio Camillo, aveva deciso di stringere i denti. “Non mi dimetterò – aveva assicurato – combatterò. Lo faccio anche per mio figlio“: una volontà destinata a capitolare presto. Fino all’estrema decisione di appendere la toga al chiodo nel tentativo di liberarsi dalle ombre che rischiano di compromettere la credibilità della sua lunga carriera in magistratura.

“Sono rammaricato e dispiaciuto – è stato il commento di Giovanni Ferrara, procuratore capo di Roma, appresa la notizia delle dimissioni di Toro – anche perché è un collega che conosco da 40 anni. Auguro a lui e alla sua famiglia una vita serena e tranquilla, anche fuori dall’ordine giudiziario. E’ una decisione da rispettare”.

Maria Saporito

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