Intrighi internazionali sul web: le risposte cinesi alle accuse di pirateria

 

Molti articoli apparsi in numerosi siti stranieri e italiani (compreso Newnotizie) hanno affrontato gli ultimi sviluppi dei cyberattacchi che hanno colpito molte aziende americane, dal caso Google ad altri meno conosciuti.

Il New York Times ha rivelato gli esiti, sia pur parziali, delle indagini in corso. Le rotte dei “pirati” del nuovo millennio porterebbero verso il Mar Giallo, in particolare alla Repubblica popolare cinese.

Pechino è accusata di utilizzare l’abilità dei suoi “geni” dell’informatica, creando una generazione di “hackers patriottici” a sostegno della politica del governo. Una lotta tra superpotenze con supercervelli, come quelli degli studenti della Shanghai Jiaotong University che hanno sconfitto il prestigioso ateneo di Stanford in una gara di programmazione organizzata da IBM.

Ma quali sono le risposte cinesi alle accuse?

All’inizio di febbraio i mass media cinesi avevano diffuso dichiarazioni ufficiali che smentivano sia il coinvolgimento diretto sia l’appoggio esterno del governo di Pechino a qualsiasi attività di hackeraggio.

Peng Bo, a nome del dipartimento responsabile del web dell’Ufficio informazione del Consiglio di Stato aveva respinto le accuse come “sciocchezze senza fondamento“, ricordando che la Repubblica popolare cinese è tra i Paesi più colpiti da attacchi lanciati dagli hackers di tutto il mondo.

Peng, quindi, aveva rispedito le critiche al mittente come un boomerang, affermando a sua volta che molti computer cinesi avevano dovuto difendersi da attacchi esterni.

I media hanno dedicato spazio anche alle novità introdotte nel codice penale cinese, che l’anno scorso ha dato un giro di vite contro i reati commessi attraverso Internet.

Non a caso, sono stati resi noti i successi ottenuti dalla polizia in questo settore. All’inizio di febbraio, per esempio, è stato chiuso un sito che aiutava “a crescere” gli hackers. Dopo una lunga inchiesta, il Dipartimento di pubblica sicurezza della provincia dell’Hubei ha arrestato i tre ideatori del sito, in un’operazione che è stata definita di portata nazionale.

Grazie alla mobilitazione congiunta di 50 poliziotti in diverse province, è stata confiscata una somma pari a 1,7 milioni di yuan (circa 250.000 dollari USA).

Anche la Jiaotong University di Shanghai e la Lanxiang Vocational School, gli istituti accusati dell’ondata di attacchi a siti americani, hanno smentito le ipotesi esposte dal New York Times. Ma una fonte rimasta anonima, un docente di sicurezza informatica dell’università, ha ammesso di non essere sorpreso perché gli studenti sono abituati a violare i siti web stranieri.

Come diceva Mao: la confusione è grande sotto il cielo, la situazione è ottima. Ma non per l’informazione…

 

Laura Denaro