Festival di Berlino 2010: due premi per l’italiano ‘La bocca del lupo’

Arrivano i primi premi dalla Berlinale 2010. E arrivano anche per l’Italia. Il primo film a conquistare la critica è il documentario ‘La Bocca del Lupo’ di Pietro Marcello che si è aggiudicato due premi: il Premio Caligari e il Teddy Award. Per il premio Caligari con questa motivazione:
Fin dall’inizio trascina il pubblico in un mondo scuro, malinconico che affascina per la mescolanza di bizzarra bellezza e asprezza. Alterna immagini frammentarie di Genova e il racconto di un’inusuale storia d’amore fra un ex criminale e un transessuale. Il montaggio poetico associativo combina generi diversi, interviste, ricostruzioni, immagini documentarie e materiali di repertorio, una combinazione eterogenea e densa che ha un effetto ipnotico”.Il Teddy Award è un premio riservato al cinema a tematiche omosessuali, in questo caso nella sezione migliore documentario.

Prodotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai Gesuiti della Fondazione San Marcellino ‘La bocca del lupo’ racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova.  Pietro Marcello si “avventura” approdando a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi.

Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western –suggerisce il montaggio- che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato. Enzo e Mary sono solo due persone legate da una profonda sofferenza e da un inguaribile desiderio di ricominciare, di liberarsi una volta per tutte dal peso del loro dolore e dalle conseguenze dei loro errori. Sono persone che hanno sempre dovuto lottare per non finire “nella bocca del lupo”, come recita il romanzo verista di Remigio Zena che ha dato il titolo al film. Il risultato è un film di appena 68 minuti che rifiuta le etichette di genere, accogliendo però moltissime suggestioni culturali: dalla letteratura verista al neorealismo di Pasolini, dai documentari storici all’eco delle canzoni di De Andrè. Forse è proprio in questa estrema libertà narrativa che bisogna cercare il segreto del grande successo che sta riscuotendo.

Eleonora Teti